Legion: Recensione di Riccardo Balzano

Dio ha perso fiducia nel genere umano. Così , il 23 dicembre, invia sulla Terra la sua legione di Angeli per sterminare l’intera popolazione. Ma un “guerriero” ribelle, Micheal, si oppone al volere del Creatore e, sceso in un locale in mezzo al deserto, affronta insieme ai proprietari e alcuni clienti l’esercito celeste e protegge il bambino eletto che una cameriera porta in grembo.

Pessimo “Legion”. Pessimo horror dagli scorci desertici pre-apocalittici, dove il turpiloquio è aggiunto in dose massiccia al mistico con una discutibile e problematica visione della giustizia divina. O meglio, splatter dalle pulsioni spirituali (come lo è il recentissimo “The Book of Eli” ) che ingrana per eccesso ( azione, violenza, personaggi, citazioni) e paradossalmente arranca per difetto (contenuti, spessore psicologico, interpretazione, spettacolo).  Passi la drastica riduzione della grandiosità catastrofica (magari anche interessante) che ha fatto il successo di tanti blockbuster (tra gli ultimi, il “2012” di Emmerich),  lo stravolgimento dei canoni etico-religiosi (chi è il buono e chi è il cattivo? Chi l’angelo e chi il demone?),  il catechismo disastroso e disastrato, rimane il desolato (scene) e il desolante (sceneggiatura).

C’è tanto azzardo nel film di Stewart, e con azzardo si intende una più che modesta predilezione per il blasfemo e il dissacrante, ma non è un’opera coraggiosa. Anzi. L’approssimativo happy ending più che chiudere annulla, con tanto di imbarazzanti riferimenti biblici (tra gli altri, la cameriera che, come la Vergine Maria, mette al mondo il salvatore dell’umanità), una sfilata di orripilanti personaggi , a partire dalla nonna in cardigan rosa e con denti “da squalo” al gelataio con arti e mascelle allungati, a favore di un solenne ottimismo filantropico che non funziona affatto.

Come si diceva lo “spettacolo apocalittico” è soppresso e ridimensionato e la statuarietà dei personaggi s’impone più delle scenografie (una trascurata area di servizio, guarda caso, fuori da Los Angeles, “la Città degli Angeli” ). L’effetto se da una parte può suggerire una qualche suggestione, dall’altro è smorzato da una pessima resa coreografica dei duelli (quelli che non prevedano proiettili e lanciarazzi), primo su tutti (il più importante) quello tra Micheal e l’ Arcangelo Gabriele (?), l’uno versione “rabbonita” del mito di Lucifero, l’altro calco “incattivito” e crudele dell’omonimo protagonista dell’Annunciazione. Ad illuminare il tutto c’è la valida fotografia di John Lindley, che non poteva essere altrimenti.