Lincoln: Recensione di Riccardo Balzano

Mentre incalza la Guerra di Secessione, Abramo Lincoln, ex avvocato e grande oratore, eletto sedicesimo presidente degli Stati uniti (primo del partito Repubblicano), escogita un piano per reintegrare gli Stati Confederati (secessionisti) nella “grande Nazione” e porre fine ai conflitti. Oltre all’ unità nazionale verrà decretata anche l’abolizione della schiavitù (su tutto il territorio statunitense) con la proposta e l’approvazione del XIII emendamento.

Non nuovo all’argomento dello schiavismo (“Il colore viola” e “Amistad”), Spielberg omaggia e  revisiona l’operato del più celebre (meglio celebrato, discusso da pochi) presidente degli Stati Uniti (il sedicesimo). Il rischio di incorrere nell’agiografico e nel pro-patriottico era assai elevato, ma pur idealizzando a tratti statura morale e intellettuale, meno fisica (193 cm), del beniamino l’insidia è aggirata, il mito miracolosamente illeso, il risultato abbastanza onesto.  

Il regista interpreta il bio-pic con un cinema narrativo non spettacolare, che si risolve si nell'autarchia dell'immagine, ma per lo più statica, assai composita, anche di gusto "viscontiano", che contiene il racconto nei suoi margini di scena e di  grandangolo, intervenendo come autore (quello che il pubblico meglio conosce e apprezza) in alcune soluzioni di movimento di macchina, sempre discrete e accorte. Se la guerra si consuma infatti  fuori campo ( su quello di battaglia, lontano dalle mura domestiche e parlamentari ) davanti l’obiettivo si alterna pubblico e privato di un uomo assunto, diciamo pure “eletto”, a emblema - non senza compromessi e non senza fini altri - della libertà identitaria extra-razziale ma soprattutto promotore dell’unità della Nazione. Il suo Lincoln è un martire accondiscendente alla morale e al buonsenso e disertatore del bigottismo che permea politica e opinione pubblica: si faccia anche solo caso alla forte connotazione cristologica attribuita da alcune scelte di fotografia (Janusz Kaminsky) che esaltano la solenne figura del Presidente fino a una sorta di ierofania e di alcuni intuizioni scenico-compositive  che nel luttuoso epilogo non poco ricordano l’iconografia del Cristo morto. Il drammaturgo Tony Kushner (già collaboratore di Spielberg in “Munich”, chiamato qui in sostituzione  degli iniziali John Logan e Paul Webb ) scrive e distribuisce battute su un ideale proscenio, non  esecrando il cinema, ma integrandolo con il teatro: ne scaturiscono personaggi “tragici” di innegabile fascino ma che eccedono quasi mai nella carica passionale. Lincoln per primo.

A dargli voce e corpo un impeccabile Daniel Day Lewis , ma è obbligata una menzione alla Mary di Sally Field, consorte di stampo melodrammatico che è “despota emotiva” più che amabile e compiacente compagna. Nota di demerito invece alla fievole colonna sonora firmata John Williams, lontano (fortunatamente) dal narcisismo compositivo ma anche dall'enfatico funzionale.