Lo Hobbit: Un Viaggio Inaspettato: Recensione di Paolo Bassani

Sessant'anni prima degli eventi narrati nel Signore degli Anelli, tocca a un giovane Bilbo Baggins (Martin Freeman) imbarcarsi in un'avventura che lo vede unico hobbit tra 12 nani alla riconquista di Erebor, la Montagna Solitaria, finita tra gli artigli di Smaug, un terribile drago. Assoldato controvoglia da Gandalf il Grigio (Ian McKellen), Bilbo si dimostrerà un fiero compagno di viaggio, durante il quale si imbatterà in una creatura viscida e dalla doppia personalità: Gollum.

Peter Jackson, "costretto" a riprendere le redini della trasposizione filmica del mastodontico lavoro di J.R.R. Tolkien dopo l'abbandono di Guillermo Del Toro (che resta comunque accreditato come sceneggiatore), torna nella Terra di Mezzo con altri tre film che narreranno sì le gesta raccontate nel libriccino de Lo Hobbit ma soprattutto faranno da vero e proprio prequel alla saga intera (non a caso Un viaggio inaspettato è aperto da Ian Holm e Elijah Wood, i Bilbo e Frodo originali). Forse però l'abbandono di Del Toro ha fatto più male che bene: dopo la visione di questo primo capitolo della nuova trilogia, la sensazione di deja-vu è tanta. Intendiamoci, il film è totalmente soddisfacente: sontuoso, divertente, appassionante, intenso... Ma un occhio fresco, vergine, esterno avrebbe forse saputo portare nuove idee, nuove soluzioni, un nuovo modo di dipingere quei luoghi che già conosciamo. Lo Hobbit non fa nulla per smarcarsi dai tre film che l'hanno preceduto, a partire dall'utilizzo dei vecchi temi musicali di Howard Shore fino al ritorno sui set ben noti di Gran Burrone o di Casa Baggins. Non a caso i momenti più godibili sono proprio quelli inediti: l'esilarante metodo che i nani hanno di lavare le stoviglie, ad esempio, o Radagast il Bruno, un nuovo stregone decisamente sui generis che piacerà tanto agli spettatori più piccoli.

Chi conosce i fatti raccontati ne Lo Hobbit letterario sa che dedicarci tre film sarebbe stata una follia, ed in effetti, malgrado sia il film della saga ad ora più breve ("sole" 2h e 50'), le dissertazioni, le parentesi, le pause sono tante. Alcune utili, altre appannaggio più dei soli fan dell'opera letteraria. Jackson però ha l'intelligenza di non farci aspettare l'incontro con Smaug (che avverrà solamente nei prossimi film) per regalarci un po' di azione, e affida quindi al Re degli Orchi Azog il compito di essere il vero e proprio "villain" di questa prima parte. Con Azog si delinea meglio anche la figura del co-protagonista dell'avventura, Thorin Scudodiquercia, interpretato in maniera più che convincente da Richard Armitage. Rocambolesche scene di fuga (tutta la parte all'interno della tana degli orchi è visivamente eccezionale) si alternano a momenti più spenti e prevedibili. Anche chi non ha letto i libri saprà infatti, per il solo fatto di aver visto Il Ritorno del Re, cosa sta facendo Gandalf mentre, in procinto di cadere nel vuoto di un dirupo, sussurra ad una falena.

Chi invece ha criticato il film per una dose troppo forte di ironia "fanciullesca" forse ha la memoria corta e non si ricorda gli insopportabili siparietti tra Merry e Pipino o la "conta dei cadaveri" di Gimli e Legolas nei precedenti film. La cifra scelta da Jackson, in questo, è anche stavolta vincente: contrapporre il candore delle creature più pure alla violenza e la brutalità degli esseri più spregevoli. E se Martin Freeman nei panni di Bilbo non riesce ad emergere particolarmente, sommerso com'è da quella masnada di nani pasticcioni (ma di sicuro avrà il suo spazio nei prossimi capitoli), è inutile negare l'emozione di rivedere sul grande schermo il grande Ian McKellen con lunga barba grigia: il film è suo, come sottolineano anche i titoli di coda, che pongono il suo nome al primo posto.