London Boulevard: Recensione di Paolo Bassani

Dopo tre anni passati in gattabuia, l'ex criminale Mitchell (Colin Farrell) esce di prigione e si ricongiunge col suo ex socio Billy Norton (Ben Chaplin), specializzatosi nel frattempo in riscossione di proventi illeciti per conto del boss Gant (Ray Winstone). Poco incline a tornare nel mondo del crimine, Mitchel accetta un incarico particolare: quello di proteggere una giovane star del cinema (Keira Knightley) che, all'apice della carriera e con un marito distante, ha deciso di abbandonare le luci dei riflettori e il mondo dello show-business ed è perciò assediata dai paparazzi. Ma una serie di circostanze renderanno impossibili per Mitchell la lontananza da quel mondo che lui tanto voleva dimenticare.

Uno degli sceneggiatori più quotati della Hollywood recente (Le crociate, Nessuna verità e soprattutto Oscar per The Departed) decide di spostarsi dietro la macchina da presa per adattare, sempre di suo pugno, un romanzo di Ken Bruen che si affianca, per genere, al mafia-movie di Scorsese con DiCaprio. Peccato che i risultati siano nettamente differenti: pur potendo contare su un cast davvero sensazionale, London Boulevard (il titolo è un omaggio al wilderiano Sunset Boulevard) è un film che sbaglia nel colmare decisamente troppo il suo piatto di portata, risultando per cui indigesto.

Troppe storie, troppi personaggi, troppe trame e sottotrame, spesso assurde e lasciate senza una spiegazione (la liason tra la sorella di Farrell e un medico indiano, il passato del manager strafatto di Keira Knightley, interpretato da David Thewlis) appesantiscono un prodotto che invece, vista l'indubbia qualità della realizzazione, sarebbe potuto essere un godibilissimo e accattivante crime-movie. Colin Farrell ha raggiunto ormai una maturazione artistica invidiabile (cosa che non si può dire anche della sprecatissima e quasi invisibile Keira Knightley, protagonista però di un gustoso dialogo sul compito delle figure femminili nei film), mentre caratteristi di lusso come l'onnipresente Winstone garantiscono una certa efficacia delle interpretazioni. E' un peccato che, come spesso accade in molte opere prime, il timore che la prima possa essere anche l'ultima mette nell'autore una sorta di bisogno di riempire le pagine della sceneggiatura di troppe situazioni e di inutili e vuoti ingarbugliamenti poco convincenti.