L'Ultimo Dominatore dell'Aria: Recensione di Riccardo Balzano

Mentre la Nazione del Fuoco sottomette e stermina le popolazioni dell’Acqua, della Terra e dell’Aria, Aang un giovane ragazzo, ultimo dominatore dell’Aria e l’Avatar profetizzato (il solo che può controllare tutti e quattro gli elementi)  insieme a Katara, dominatrice dell’Acqua, e suo fratello Sokka tentano di riportare la pace in un mondo dilaniato dalla guerra.

Basato sulla serie animata creata da DiMartino e Konietzko trasmessa in più di 120 paesi “Avatar: The Last Airbender”, è il secondo fantasy e il primo con un budget colossale (150 milioni di dollari) e intenzioni esplicitamente commerciali di Shyamalan. Come sempre, per chi  conosce il suo cinema,  il contenuto (che c’è, eccome) finisce per essere più interessante della forma. E non è un caso che sia stato stroncato spietatamente dalla critica d’oltreoceano, evidentemente incapace di analizzare, o anche solo prendere in considerazione lo scheletro dei contenuti.

E’ vero che lo spettacolo, coreografato con eleganza e accortezza (e allestito su scenografie suggestive), non raggiunge forse un’equivalente elaborazione cinetica e che il 3D ( di post-produzione) fatica a raggiungere il decoro. Nonostante ciò “L’ultimo Dominatore dell’Aria” non ha meno prestigio di tanti suoi simili, anzi. Primo per la sintesi di filosofia empedoclea (i quattro elementi, Discordia e Amore) e arte marziale cinese (quattro le pratiche di Wushu utilizzate: il Baguazhang, il Tai Chi, l’Hung Ga e il Kung Fu), poi per la complessità concettuale che abbraccia temi cari al regista (l’odio, la paura, la solidarietà, la morte, la fede, i rapporti interpersonali, la collettività). Subentrano  la gestione del proprio corpo e il controllo delle proprie emozioni (Yoga?), la reincarnazione, lo spiritualismo di matrice orientale, una teologia paradossalmente di impronta naturalistica, reminiscenze dello scintoismo accostate a riverberi del buddismo. I punti deboli del film sono effettivamente quasi tutti sul fronte tecnico: una regia che lascia trasparire non poche esitazioni (comprensibili) nell’impatto visivo con movimenti di macchina che seppur eccezionali per il genere non sempre risultano funzionali;  una fotografia (Andrew Lesnie) che alterna blanda  incompetenza, tanto da apparire più volte televisiva, e intuitiva competenza  (lo scontro finale); un montaggio privo di interessanti meccanismi diegetici.

Notevole invece l’interpretazione:  Noah Ringer, già  campione di Taekwondo a dodici anni, oltre alle indiscusse capacità acrobatiche dimostra, alla sua prima performance attoriale, una discreta abilità espressiva. Dev Patel gli tiene testa. Entrambi danno vita a piccoli eroi complessi, sconfitti dalla rassegnazione e accesi dall’orgoglio, che, ed è  raro nel panorama del cinema d’intrattenimento contemporaneo, sanno essere più coinvolgenti e affascinanti delle mille proposte visive e spettacolari (tridimensionali o meno). La riflessione sulla Guerra , sul Male e sull’intervento divino è meno banale di quanto possa sembrare. James Newton Howard alle musiche si conferma una garanzia.