L'Ultimo Esorcismo: Recensione di Riccardo Balzano

Chiamato a esorcizzare una ragazzina, il reverendo Cotton Marcus, che non ha mai creduto in tali rituali (perché non crede nei demoni), si porta appresso una troupe con cameraman a cui vuole rivelare  trucchi e  segreti del mestiere. Ma Nell, l’adolescente posseduta, sembra avere problemi ben più complessi e inquietanti di quelli dei suoi altri “pazienti”. Finale a sorpresa.

Costato due milioni di dollari (e ne ha incassati più di venti il primo week-end), quasi duecento volte tanto “Paranormal Activity”, e scritto a quattro mani (da Huck Botko e Andrew Garland) è un mediocre mockumentary d’orrore debole nel disegno dei personaggi quanto nella realizzazione, incompatibile col film di cronaca (il montaggio ossessivo) quanto col film di narrazione (l’ostentazione di un verosimile che prima è ridondante e poi si annulla).

Non a caso mezz’ora di chiacchiere deve passare affinché avvenga la prima simulazione (attenzione al termine che non è casuale) di esorcismo, circa invece quarantacinque minuti  (sugli ottantatre complessivi) prima che la situazione degeneri come il pubblico vorrebbe, ma con quarantacinque minuti di anticipo. Gli ultimi deliranti attimi stanno a testimoniare come la fiction cinematografica interpreti la narrazione documentaria, anziché il contrario. Per fortuna c’è Ashley Bell, ventiquattrenne californiana, sedicenne (e sedicente) della Louisiana nel film, posseduta e che possiede a sua volta il film affidato alle sue compulsioni mimiche, alle (im)percettibili  variazioni d’intensità di tono e sguardo che attua con inquietante trasporto. C’è di tutto: le corse notturne per i boschi ( “The Blair witch project” ), l’uso spasmodico della soggettiva ( “Cloverfield” ), il manierismo pseudo-sperimentale ( “REC” ), il voyeurismo teso e perverso ( “Paranormal Activity” ), e il capriccio per il dettaglio. Ma l’espressione è fiacca, il metodo poco innovativo. E, cosa più importante, non c’è ironia.

L’epilogo è anche peggio - perché scomodare Polanski?. Con un campo di pannocchie e qualche riflessione più profonda sulla fede e sull’”esorcizzazione” delle paure non ci saremmo allontanati troppo nemmeno dalle suggestioni  formali e ascetiche di Shyamalan ( “Signs” ). Eli Roth produce ed è un mezzo avvertimento.