L'Uomo d'Acciaio: Recensione di Riccardo Balzano

Mentre Krypton collassa e il generale Zod tenta di prendere il controllo attraverso un colpo di Stato, Lara mette alla luce il suo primogenito, Kal-El, concepito assieme al marito Jor-El in modo naturale, cosa assai eccezionale sul pianeta, dove gli embrioni si sviluppano in placente artificiali e "programmati" già per svolgere un dato mestiere. Per salvare il loro unico erede lo imbarcano su una capsula e lo spediscono su un pianeta sconosciuto e distante: la Terra. Qui il piccolo cresce accudito da una coppia di contadini del Kansas, Jonathan e Martha Kent. Clark - questo il suo nome terrestre - cresce ignaro delle sue origini fino a quando scopre di essere dotato di superpoteri . Da adulto, in cerca di risposte, incappa nel ritrovamento da parte di alcuni esperti di un oggetto non identificato nel mezzo di un ghiacciaio: si tratta della Fortezza della Solitudine, dove sono custoditi gli ultimi messaggi da parte di Jor-El per il figlio. Sul luogo sopraggiunge anche la giornalista Lois Lane che scopre più di quanto sperasse. Ormai consapevole di chi è e di quale sia la sua missione, Superman, con la sua divisa, è pronto a difendere la Terra dalla minaccia di Zod che riuscito a scovarlo vuole conquistare il pianeta per costruirvi una nuova Krypton. Ma per farlo ha bisogno del "codice" che solo Clark/Kal-El può fornirgli.

Anche se la necessità di rilanciare il franchise, dopo una dozzina di adattamenti tra cinema e tv, rimane alquanto opinabile, le premesse di ritrovare sullo schermo il supereroe più longevo di sempre in un'opera soddisfacente per i fan c'erano, eccome. In primis per la scelta di Snyder in cabina di regia: nonostante due ultimi lavori alquanto discutibili ("Ga' Hoole" e "Sucker Punch"), la sua capacità di trasposizione dalle tavole al big screen si erano già rese evidenti e apprezzabili nel 2006 con "300" tratta dall'opera cartacea di Frank Miller, e ancora di più nel 2010 con la difficilissima operazione di "traslitterazione" dei "Watchmen" di Alan Moore. Soprattutto in quest'ultima era stato capace di conservare intatta la grande figurazione della graphic-novel originale senza omettere la consistente e potente metafora politica. Il risultato è stato esaltante. In "Man of Steel" tenta di riproporre gli intenti, ma il risultato cambia e non sensibilmente. Già dal lungo prologo su Krypton, un ibrido pasticciato tra sci-fi e fantasy (ci sono anche draghi volanti), qualcosa non quadra. E quando l'iperbole retorica si manifesta fa anche peggio: insiste sulla metafora messianica, fintamente di respiro universale, fieramente USA ("sono cresciuto in Kansas, non c'è nessuno più americano di me" afferma Kent/Superman), ricorrendo a un'iconografica sacra di alta pretesa (il concepimento, il Cristo Battista sulla vetrata su cui si staglia Clark, l'immolazione salvifica, tra le più significative). Forse insoddisfatto (non a torto) del risultato di un progetto complesso come "Sucker Punch", Snyder riconduce il proprio cinema all'estetica e al linguaggio, grafico quanto narrativo, dei videogames, alterando la forma e comprimendo (compromettendo anche) i contenuti. Peccato che anche sul versante meramente figurativo il film non si avvalga di intuizioni potenti, neppure considerando il repertorio (di immagini e di movimenti) del trascorso cinematografico del regista: via dunque la slow/fast motion (alla base della suggestione e dell'estetica di "300"), la pulizia formale nella direzione delle scene d'azione e/o altamente spettacolari, il senso per la fluidità dinamica e per la composizione strutturale (frame dopo frame) della sequenza. Qui la "brutta" forma predomina e ci avviciniamo al "disaster" (termine che più che all'appartenenza a un genere vuole qui esprimere il raccapriccio per la forma) di Michael Bay, con l'aggiunta dell'abuso di zoom digitali e un tragico 11 settembre su cui si adopera un inesauribile immaginario. Cosa intendiamo per "brutta" forma: il ricorso insistente a riprese mobili (a mano o simulate al computer) che se in altri prodotti potevano rispondere a una qualche esigenza di iper-realismo (apprezzabile e giustificabile a seconda dei casi), o anche solo di intenti sperimentali, si trova qui a dover fare i conti con norme estetiche del cinema pop e mainstream ad alto budget e con la riconversione in uno stereo 3D pessimo e tra i più inutili finora visti. E le due ore e venti, in tal senso, non giovano di certo. Miglior trattamento non è riservato nemmeno ai personaggi: sorvolando il Cristo-Superman che della Nazione riprende anche in parte i colori della bandiera sulla propria tuta, e sull'innegabile appeal di Cavill che gli presta viso e muscoli, c'è la (come sempre) sfumata Lois della Adams, che si introduce con agghiaccianti battute cameratesche ("avete finito di giocare a chi ce l'ha più grosso?") e si congeda dall'amato superuomo nel mezzo dell'apocalisse osservando che "dopo il primo bacio è tutto in discesa". Anche nel reparto genitoriale la sfida è tra chi è il più indistinto: il papà terrestre Costner alle prese con un figlio teen-ager alieno e indeciso su come e quando gestire il proprio potere o l'ectoplasmatica presenza del padre naturale Crowe che dà istruzioni su come portare a termine le missioni e puntare al livello bonus. Ancora peggio le madri: una (Zurer)partorisce e acconsente, l'altra (Lane) raccoglie verdure e ammicca agli animalisti. Eppure qualche sprazzo di inventiva non manca, come la messa in scena (e in luce) di frazioni episodiche del passato relative all'infanzia di Clark, ai tempi delle elementari quando l'esperienza del mondo (il nostro) era ancora disturbante dal punto di vista sensoriale, poi più grande quando recepisce l'esclusività e l'ineluttabilità delle proprie forze, nonché l'invasione  telematica e fortemente onirica (con scritte e segni neri che compaiono sullo sfondo bianco degli schermi) del nemico e l'excursus storico di Krypton raccontato attraverso una scenografia mobile che scolpisce e imprime su se stessa episodi e personaggi. Il tutto a riprovevole testimonianza di ciò che sarebbe potuto essere e invece non è stato.