Magic Mike: Recensione di Riccardo Balzano

Mike, giovane operaio e imprenditore, spogliarellista di notte, incontra il diciannovenne Adam (che soprannomina “the Kid”), a cui presto si affeziona tanto da iniziarlo alla sua stessa carriera di stripper al Club Xquisite, dove lavora da anni, per permettergli di guadagnare molto in breve tempo. Adam ha una sorella, Brooke, abbastanza caparbia e intelligente da conquistare il cuore di Mike che vede in lei non la solita “cliente” ma una possibile compagna da avere accanto in una vita migliore, lontano dal palcoscenico e dalle mance infilate nel perizoma. 
Scritto da Reild Carolin, anche produttore insieme all’ex-spogliarellista Channing Tatum che ha fornito muscoli e biografia, è un dramma al feromone, pretestuoso e bizzarro, a tratti simpatico, che gioca su due piani “onirici”: l’assecondato e spudorato sogno erotico delle donne e l’auspicato e sofferto (in tempo di crisi) american dream. Il primo ha decisamente la meglio sul secondo. 


Vale più come illustrazione iper-saturata (cromaticamente e grottescamente) di un ambiente che come sagace descrizione dello stesso, come vale certo più per lo spettacolo coreografico che per quello emozionale delle interpretazioni: l’inespressivo Tatum punta sul movimento pelvico e sul grugno, mentre il ventiduenne Pettyfer lo affianca da fantoccio monolitico. Entrambi (avranno pensato loro) hanno abbastanza sessappiglio da permettersi di non recitare, basta lo spessore dei pettorali e delle natiche, poco importa se le psicologie sfumano nel kitsch programmatico. La vera “magia” (che svela presto i propri trucchi) sta nella redenzione di Mike, il rimasuglio autoriale (termine che col tempo si addice sempre meno al regista) nell’anti-catarsi di Adam, scelta più snob che scettica. Del gruppo di stripper il più bravo è il veterano McConaughey, il più sexy Manganiello. 


Raro esempio di film che sfoggia machismo a bandiera arcobaleno, meritevole di comparire tra i cult del cinema CAMP (e perché no, “queer”) quanto nelle videoteche di allegre signore di mezz’età. Il troppo produttivo Soderbergh (una media di due film all’anno) è al top del pop e forse più a suo agio.