Magnifica Presenza: Recensione di Riccardo Balzano

 

Il ventottenne siciliano Pietro Pontechiavello, aspirante attore, si trasferisce a Roma dove, in attesa di un impiego nel mondo dello spettacolo, sforna cornetti di notte. Nel suo appartamento, preso in affitto nonostante il disappunto della cugina Maria e la notizia dell’improvvisa fuga di tutti gli ex-inquilini, comincia ad avere strane visioni: otto persone, in abiti desueti e dall’identità sospetta, invocano il suo aiuto.

E’ l’Ozpetek più curioso visto finora, forse tra i più ispirati ma anche tra i più incoerenti, non tanto per ideologia quanto per capacità di narrazione e di messa in scena. I suoi otto personaggi (che originalmente sarebbero dovute essere anche le “magnifiche presenze” del titolo) che non cercano un autore (Pirandello) ma un’attendibilità (extra)storica, sono presenze imbalsamate nel tempo che rintracciano nell’attuale la propria identità del passato, di persone come di personaggi. Impegnati in una recita fuori dal proscenio e senza evoluzione, incapaci di manifestarsi e di agire nello spazio scenico e in quello esistenziale, scardinano e de-istituzionalizzano le nozioni di realtà e finzione. Sono loro la cosa migliore del film.

Distratto e infatuato da tali apparizioni, è Pietro, magnifica incarnazione di stravaganza e anti-convenzione, medium (lo si può intendere anche nella sua accezione parapsicologica) che interpreta e raccorda Storia ed episodi, vero e falso, vita e morte, follia e sobrietà. La sua pazzia (ancora Pirandello) e la sua allucinazione travisano la realtà, restituendole un’ ambivalenza primordiale, una visione sovraeccitata, satura e incantata, molto legata alle fantasmagorie dei notturni, tempi e luoghi di incontri “illuminanti”, e alla prassi razionale e deprimente del mattino. Ma forse dà corpo anche al cinema di Ozpetek, ossessionato dalle sue ricorrenze in forma di fenomeni e personaggi, di situazioni e simboli. E non è un caso che resti anche il carattere più evanescente, l’unico a cui non è destinata alcuna auto-manifestazione catartica e risolutiva. La sua identità resta condizionata dalle proprie proiezioni, e il contatto col vero rimane fortemente finzionale, come al sogno è congiunta l’identità della nazione (anche il regista voleva omaggiare i 150 anni dell’Unità?) illustrata nell’album di figurine con il rarissimo nr. 1, Garibaldi.

“Magnifica Presenza” è indubbiamente una tappa importante nella filmografia di Ozpetek, abbastanza bizzarro e insolito da catturare l’interesse del pubblico. L’impressione però è quella di un cinema sinottico e autocelabrativo che per il momento ha perso sincerità e, in parte, espressione (riscattata dalla variazione repentina di generi e timbri e da un montaggio, curato da Walter Fasano, che interviene con fascino e discrezione), assai ingombro invece di una ridondanza di forme e concetti che svilisce narrazione e personaggi quando non deformati fino alla caricatura onirica (si pensi alla sibillina Platinette, oracolo accerchiato da manifatturieri trans) o impostati sulla suggestione surrealistica (gli otto personaggi, reclusi ed esiliati negli spazi dell’abitazione) che non poco è indebitata col cinema di Almodovar e di Bunuel. Elio Germano, in panni allettanti ma mal ricamati, non è alla sua migliore performance mentre una nota di merito va tributata al gruppo di “magnifici ectoplasmi” e ad Anna Proclemer, grande attrice di teatro, che interpreta e tutela l’Arte in una prova intensa e disturbante.