Martyrs: Recensione di Leonardo Piva
Pascal Laugier questa volta ha veramente passato il segno.
Il giovane regista francese, già artefice di Saint Ange, ci consegna un horror che ha al suo interno una quantità impressionante di violenza e di perversa immaginazione, sostanzialmente nel limbo della aristotelica visione catartica: riempire talmente tanto da rendere svuotato nello stesso tempo.

Martyrs ha diviso e continuerà a dividere ogni tipologia di spettatore, dal critico anni ’30 al semplice curioso, che si appresta a vedere i cento minuti di questa spaventosa pellicola e come sempre accade in questi casi, il materiale in discussione gode di un certo interesse. Difficile ricordare e trovare una pellicola così devastante, cupa e inquietante nell’era moderna degli horror non PG (già di per sè un controsenso), e indubbiamente è il miglior horror visto dopo [•Rec] (2007); Frontièr(s) di Xavier Gens sicuramente lasciava trasudare la passione per il genere ma il risultato finale era abbastanza deludente.

Invece il lavoro di Laugier non delude: pellicola sostanzialmente spezzata piuttosto nettamente in due parti, ma che si contemplano in maniera molto abile grazie ad una sceneggiatura ad orologeria sostanzialmente impeccabile.
Neanche il tempo di accomodarsi per bene in sala che la fuga letteralmente disperata, tormentata ed inquietante di una ragazza sfigurata quanto basta ti ripaga già del prezzo del biglietto: scena iniziale perfetta per farti calare nella pazzia borderline del film che ci si appresta a vedere. Il primo tempo, che ad onor del vero contiene una quantità di violenza degna di due film horror target medio, è sicuramente più frenetico ed immediato del resto della visione. Ci si concentra sulle due protagoniste, sulla storia tormentata della vittima e sugli aiuti dell’amica, sul desiderio di vendetta, la visione (più o meno incarnata) della morte e l’insopprimibile sofferenza mentale di cui la “prima” protagonista del film è stata e continuerà ad essere vittima. Nella seconda parte si cambia un po’ direzione ed è quella che suscita più dibattito. Il film si concentra sulla “seconda” protagonista, sembra accennare ad una frenata emotiva, e forse l’unico vero problema del film (che sfiora il capolavoro) risiede proprio in un primo tempo talmente saturo di violenza che la seconda metà passa senza eccessivi sussulti visivi; ad onor del vero questa sensazione di disomogeneità con il passare del tempo e l’assorbimento post-visione sembra meno evidente, però sul momento aveva fatto veramente questo effetto e quindi è giusto che sia l’emozione “in presa diretta” ad essere quella che ha più valenza. E per un errore in cui si è imbattuti, c’è un errore che per fortuna è stato scampato e che vale letteralmente a questo film lo status di cult. Nel bel mezzo del cambio di direzione/ambizione della storia c’era il fortissimo rischio di voler giustificare banalmente e retoricamente tutta questa violenza (sono sicuro che gli appassionati hanno avuto molta più paura in questo momento, in cui si temeva l’arrivo dell’infangamento della pellicola piuttosto che nel resto del film), dandogli un target alla Hostel o alla Saw e invece il film compie il suo gesto migliore, un guizzo auspicato ma in cui era difficile credere, che cova sempre più verso i cinque minuti finali più shocking da un po’ di anni a questa parte.

Forse qualcosa di ancora più inquietante sembra esserci all’orizzonte: su Amazon è in vendita la versione DVD del film e sulla copertina campeggia la scritta “Unrated”...