Melancholia: Recensione di Riccardo Balzano

Dopo la disastrosa cerimonia di matrimonio, in cui, colpita da una grave depressione, litiga con datore di lavoro e marito, Justine si trasferisce a casa della sorella e del cognato che se ne prendono cura. Intanto il pianeta Melancholia minaccia di impattare la Terra.

Di certo le affermazioni (non condivisibili) rilasciate all’ultimo festival di Cannes non hanno giovato alla pessima reputazione di cui già penava tra la critica, hanno invece contribuito a invigorirne l’immagine di regista maledetto che tanto affascina il suo pubblico. Eppure “Melancholia” è un bel film che la stampa snob e ipocrita ( e che accusa a sua volta di snobismo Von Trier) ha bocciato a priori. Un prologo wagneriano (il Preludio del “Tristano e Isotta”, otto minuti, in rallenti) introduce il racconto, che procede a dittici ed è strutturato in due parti (che prendono il nome delle due sorelle, Justine e Claire): il matrimonio prima, l’apocalisse poi.

Accantonata l’horror-misoginia di “Antichrist” si vira all’epica femminile, dal duplice volto: l’eroina tragica, a cui più volte si fa riferimento a partire dall’Isotta wagneriana al richiamo figurativo dell’ “Ophelia” di Millais, e la donna tragica. Menade e Madonna, Dunst e Gainsbourg, esorcizzano e nutrono le fobie del regista di fronte all’atto creativo, alla messa in scena dell’Arte, ma incarnano soprattutto il desiderio di indipendenza, l’anestesia matrimoniale, la repressione degli impulsi, l’autonomia sessuale, l’ermafrodismo: difatti la Natura è ancora una volta eroticizzata (mai in modo esasperato come nell’opera precedente) e la donna, unica sua interprete, ne è sacerdotessa e suddita, complice e vittima. Tolta la prima parte, in cui la protagonista ricerca la propria affermazione e autorità dai “dogmi” patriarcali e borghesi, fino a rivelare l’inadeguatezza del maschio, quest’ultimo è disfunzionale al racconto per il resto del film, incapace di comprendere e reagire ai crimini del Cosmo. Concetto sessista espresso anche nella tecnica e nella prospettiva della seconda parte dove perfino le soggettive diventano femminili, sguardi voyeuristici sul proprio sesso e sulla natura, o meglio sull’epifania della minaccia, il pianeta Melancholia. Legato prima a un linguaggio decadente che insidia il mondo borghese, ricattandone la morale e corrompendone l’agonizzante perbenismo (“Festen” di Vinterberg), ha poi una svolta (emblematica la sequenza in biblioteca in cui Justine sostituisce ad astratte e trascendenti geometrie figure fortemente materiche, terrene, carnali,tragiche), la ricerca dell’espressione nel simbolico, nel metaforico, nel mistero. Lo stesso corpo celeste, spuntato da dietro il Sole (da sempre sostituto della ragione) e che minaccia la Terra, sembra controbattere alla razionalità pratica e positivista borghese.

I canoni estetici e ideologici del Dogma 95 non sono quindi ancora superati, né è rinnegata la lezione di Tarkovsky (“Sacrificio”), tantomeno quella del simbolismo e del decadentismo (già Baudelaire aveva parlato di malinconia, in “Spleen”). E resta anche il disagio nichilista per cui nulla merita di esistere, nemmeno l’Arte, quindi il Cinema. Menzione speciale al duetto di attrici, vettori diegetici di storie e suggestioni interpretative.