Mine Vaganti: Recensione di Paolo Bassani

Il giovane Tommaso Cantone (Riccardo Scamarcio) torna nella natìa Lecce per ricevere controvoglia, assieme al fratello Antonio (Alessandro Preziosi) le redini del pastificio di famiglia. Laureatosi segretamente in Lettere e con ambizioni da scrittore, Tommaso si decide finalmente a rivelare all'ottuso padre Vincenzo (Ennio Fantastichini), alla premurosa madre Stefania (Lunetta Savino), alla zia zitella e alcolizzata (Elena Sofia Ricci) e all'amorevole nonna (Ilaria Occhini), il segreto che tiene nascosto da una vita: la sua omosessualità. Peccato che ad anticiparlo sia proprio Antonio, che celava il suo stesso peso sulla coscienza e che appena vuotato il sacco viene cacciato di casa dal capofamiglia. Tommaso diventa così il figlio prediletto, quello che porterà avanti la dinastia dei Cantone. Che fare? Dire la verità o tacere per non procurare altri dispiaceri?

"Ferzan è mio amico", così dicevano gli adesivi che durante la Mostra di Venezia di un paio d'anni fa spopolavano sugli abiti dei ragazzi e dei giornalisti per ironizzare e gettare acqua sulle polemiche legate alle feroci critiche mosse al suo lavoro di allora, l'orribile Un giorno perfetto. Perchè in effetti Ozpetek riesce bene solo quando ha a che fare con i temi a lui più cari e vicini: l'omosessualità, il concetto di famiglia allargata, di diversità e di "coesistenza". Mine vaganti si accoda quindi a prestigiosi lavori come Le fate ignorantiLa finestra di fronte e Saturno contro virando però molto più sui toni della commedia brillante. Anche troppo. Tanto che quando appare in scena Elena Sofia Ricci pare per un attimo di trovarsi di fronte ad un episodio dei Cesaroni!

Mine vaganti è altalenante come lo sono gli umori che pervadono la pellicola, dai gioiosi battibecchi paesani della Savino alla sana scazzottata tra due fratelli che hanno appena scoperto di non conoscersi affatto. Peccato che ai toni spensierati di quella che negli intenti doveva essere una frizzante commedia che poteva dare qualche buono spunto all'Italia più bigotta (sulla scia di Diverso da chi?) Ozpetek decida di aggiungere lo sguardo al passato, con continui flashback riguardanti il personaggio della nonna (la superlativa Ilaria Occhini) che si tramutano nel finale in un vero e proprio miscuglio onirico tra ieri e oggi  (ricordate la conclusione di Baaria? Ecco siamo lì...) Il film funziona molto più nella seconda parte, con l'entrata in scena del cast più queer, gli amici e il fidanzato romani di Tommaso, che la fanno sotto gli occhi all'intero nucleo familiare (o quasi) sventolando improbabili fidanzate che li attendono con ansia a casa e improvvisando balletti in mare in stile sirenetti.

Un altro buon motivo per per cui vale comunque la pena di vedere e supportare Mine vaganti, mi spiace per chi ancora non ha il coraggio di ammetterlo, è sicuramente l'ottima interpretazione di Riccardo Scamarcio, che dona al suo personaggio un'infinita gamma di sfumature e si sta confermando sempre più uno dei nostri maggiori talenti. Ma tutto il cast, dai più giovani ai più maturi, è di quelli davvero forti. Si poteva dare maggiore coesione al racconto e puntare un po' meno sulla macchietta, ma per il cinema italiano questa è aria freschissima.