Moon: Recensione di Paolo Bassani
In un futuro prossimo, la Terra è riuscita a risolvere il problema delle sue risorse energetiche in via di esaurimento: è la Luna a fornire uno speciale gas che ha ridato speranza all'intera umanità. Per estrarlo dal satellite basta che in loco sia presente una sola persona che controlli il regolare funzionamento dei macchinari: al momento tocca a Sam Bell (Sam Rockwell, Frost/Nixon, Confessioni di una mente pericolosa) vivere nella stazione spaziale, dove la sua unica compagnia è data dal computer di bordo GERTY, con il quale può parlare (in originale ha la voce di Kevin Spacey). Mancano poche settimane alla fine del suo contratto triennale, e quindi al suo rientro a casa da moglie e figlia neonata, quando Sam è vittima di un incidente all'esterno del suo abitacolo: risvegliatosi dentro la stazione, e malgrado GERTY si opponga, Sam decide di tornare sul luogo dell'impatto per capirne di più, e lì troverà, abbandonato e ferito ma ancora vivo, un altro se stesso. I due Sam, perfettamente identici sia nell'aspetto che nel cervello, saranno costretti a coabitare.

Innanzitutto parliamo dell'ambientazione di Moon: probabilmente anche per una notevole mancanza di budget, il film pur essendo ambientato nel futuro si sviluppa in ambienti molto seventies, che non possono (ma credo la cosa sia voluta) non rimandare immediatamente a pellicole come 2001 o Solaris. I bianchi, accecanti interni dell'astronave sono quanto di più semplice e meno tecnologico si possa immaginare, mentre il robot di bordo, pur racchiuso in una scatola consunta, parla correntemente come un essere umano e - si vedrà - è capace anche di provare emozioni e di legarsi al suo compagno di viaggio. Inutile dire, se avete letto la trama, che l'intero film poggia interamente sulle spalle di Sam Rockwell, addirittura in versione doppia. E' lui a dover rendere convincente dapprima il senso di solitudine e spaesamento del suo Sam e poi la stranezza del dover condividere la stanza con un suo "uguale ma diverso". A livello registico la faccenda dello sdoppiamento di persona è resa in maniera molto semplice e artigianale, con campi e controcampi furbi ma ben realizzati (mentre una scena di lotta fisica tra i due è poco convincente proprio per la scarsità di effetti speciali che potessero renderla visibilmente intrigante). Confezione a parte, Moon vive soprattutto di una sceneggiatura che affronta con intelligenza e ponderatezza gli stilemi del genere di riferimento, immergendo lo spettatore in un costante senso di angoscia e paura dell'ignoto. La regia di Duncan Jones (figlio di David Bowie) si dimostra costantemente capace di mantenere alta l'attenzione pur lasciandosi andare a lunghe sequenze di doveroso silenzio o di poetico "vuoto", in un film che farà felici gli appassionati della fantascienza (o meglio, dello sci-fi) più pura, lontana dai fronzoli dell'ingegneria digitale.