Mordimi: Recensione di Paolo Bassani

Lungi da noi voler proporre una recensione troppo "seriosa" di Mordimi, ma soltanto un breve commento. Ogni volta che in sala fa capolino un nuovo film dell'ormai famigerata coppia Friedberg/Seltzer (Disaster Movie, Treciento - Chi l'ha duro la vince, Epic Movie) si ripropone puntuale il problema che è un po' lo stesso al quale si trova dinnanzi ogni anno un "recensore" alla visione del consueto cinepanettone italiano: ovvero essere costretto a scrivere sempre e solo le solite cose. Quindi rieccole: il film è pietoso, non fa ridere, la messa in scena è imbarazzante, la recitazione è assente, ogni cosa è fuori luogo. Ma, a fronte di una spesa di due spiccioli, incassa quel tanto che gli serve per coprire abbondantemente le spese di produzione e guadagnarci pure (non dimentichiamoci dell'home video), quindi la serie di orrori cinematografici del duo di registi non si fermerà tanto facilmente e troverà sempre qualche major (la Fox in questo caso) pronta a distribuirli per un piccolo gruzzolo sicuro da preventivare in cassaforte.

L'arte della parodia è una delle più sopraffine: si fa presto a citare nomi che hanno reso grande il genere (Zucker, Abrahams, Brooks, Wayans), ma non dimentichiamo che anche ognuno di loro durante la propria carriera ha fatto cilecca più volte con questo tipo di film: il regista di Frankenstein Junior dovrebbe chiedere scusa per Dracula morto e contento, l'inventore di Scary Movie ha in curriculum Dance Flick, e Jerry Zucker non ha certo brillato con Rat Race. La parodia, per riuscire, deve essere il frutto di una congiunzione quasi miracolosa di sceneggiature ad incastro, tempi comici perfetti, battute studiate, rivoltate e riassemblate decine e decine di volte. Friedberg e Seltzer questo dono non ce l'hanno: sanno solo cogliere al volo un brand e incassarci sopra, senza rispetto per alcun tipo di arte.

In Mordimi condensano bene o male gli avvenimenti dei primi due episodi della saga di Twilight (sfociando addirittura nel quarto!) dando quasi l'illusione, all'inizio, di poter fare qualcosa di meglio dei loro lavori precedenti: l'idea delle gang di ragazzine rivali che lottano per il proprio eroe più bello (Edward o Jacob) poteva essere in effetti divertente, come un paio di battute messe in bocca all'insulso padre di Becca (anziché Bella...) strappano il sorriso. Ma è inutile: subito dopo ci accorgiamo di trovarci di fronte nuovamente al solito volgare e raffazzonato tentativo di essere cattivi senza però riuscirci una sola, singola volta. Anzi, la saga della Meyer ne esce benissimo, e tutti gli appigli ai quali ci si poteva aggrappare per scalfirla (i dialoghi melensi delle sceneggiature, il triangolo amoroso o - perchè no - l'attrazione tanto sbeffeggiata tra i due maschietti, le varie assurdità sulla castità e il matrimonio) rimangono protetti ed inviolati. Coccolare la materia prima anziché morderla: esattamente ciò che una parodia non dovrebbe fare.