Motel Woodstock: Recensione di Paolo Bassani
Elliot è un giovanotto semplice di origini ebree che nella bigotta cittadina di Catskill, dove è tornato dopo una permanenza a New York per dare una mano ai vecchi genitori e al loro motel oberato dai debiti, si dà da fare come può per scrollare i paesani dalla monotonia imperante. Quando legge su un giornale che agli organizzatori di un concerto hippie sono stati negati i permessi nella vicina città di Wallkill, Elliot decide di offrir loro il motel di famiglia come base organizzativa e un vicino terreno come spazio per quello che sarà il concerto più famoso della Storia.

E’ toccato al versatile Ang Lee (Hulk, Brokeback Mountain, Lussuria) portare sullo schermo la storia vera di come sia stato possibile creare l’evento che vide sul palco davanti a mezzo milione di persone (o forse più) artisti come Janis Joplin, Santana, Grateful Dead, The Who e Jimi Hendrix. Di tutto ciò però il film non ci mostra nulla, se non da lontano, concentrandosi sul bislacco gruppetto di persone che rese tutto ciò realtà. Dal giovane Elliot – che ha il volto del semisconosciuto Demetri Martin - per cui questa esperienza sarà una sorta di catarsi emotiva e sessuale di cui aveva estrema necessità, ai genitori: una madre scontrosa e antipatica (la grande Imelda Staunton, Harry Potter e l’ordine della Fenice) e un padre vessato e in punto di morte (Henry Goodman) che ritroverà la voglia di vivere. Attorto a loro si insedierà la tanto temuta comunità hippie, malvista e gioiosa, capitanata dal pacifico e “sulle nuvole” Michael Lang (Jonathan Groff). Se a questi aggiungete il reduce sballato di Emile Hirsch, il trans combattente (!) di Liev Schreiber e pure il contadino arricchito di Eugene Levy, otterrete un cast affiatato ed eterogeneo che non può non piacere. In effetti stupisce molto, come ha scritto qualcuno, vedere Woodstock trattato più come un “affare” economico che come un evento pacifista: è lo stesso organizzatore, Lang, ad ammettere nel finale che probabilmente dopo il concerto sarebbero iniziati i litigi per spartirsi il malloppo. D’altronde ve lo sareste mai immaginato che a prepararlo furono anche dei manager vestiti a puntino che viaggiavano in limousine? Il film questo lo mostra chiaramente, “dissacrando” forse il Mito ma tenendo presente anche questo come un aspetto da considerare, e la sceneggiatura è intelligente nel non costruire un racconto solamente elogiativo ma una storia che esuli dal mero ricordo e mostri eventi che il pubblico non conosce, pur – ne siamo sicuri – romanzandoli a dovere. Peccato che il film, pur avendo varie carte da giocare (dalla presa di consapevolezza del giovane Elliot alle motivazioni più profonde dell’ondata pacifica) non decolli mai, mantenendosi stabile e vagamente piatto per tutta la sua durata. Peccato anche che non si sia premuto il pedale a dovere sulla colonna sonora, che poteva dare quel qualcosa in più alla narrazione. Sul finale poi Motel Woodstock inizia a divagare e a farsi troppo sentimentalista, con un “colpo di scena” (il momento con la madre nell’armadio) che ci si poteva risparmiare.

Molto più Grande Sogno di quello di Michele Placido, Motel Woodstock ricorda una pagina storica da un punto di vista nuovo ed originale, permettendo magari ai più giovani di scoprirne qualcosa in più.