Mr. Beaver: Recensione di Riccardo Balzano

Padre di famiglia depresso e manager di un’azienda di giocattoli ormai in fallimento, Walter Black è deciso a farla finita. Dopo una serie di tentativi di suicidio senza successo,trova casualmente un vecchio pupazzo a forma di castoro che utilizza per riconquistare il figlio più piccolo prima, la famiglia poi, e per riaffermarsi nel lavoro. La situazione inizierà a degenerare proprio quando l’uomo crede di aver ripreso il controllo della propria vita.

Il produttore Steve Golin aveva pensato a "The Beaver (= castoro)"  dapprima come racconto breve, poi  come romanzo e infine  come sceneggiatura. Minore esitazione ha distinto la scelta di chi chiamare a dirigerlo. Scelta azzeccata. Perchè Jodie Foster, per la terza volta alla regia, ancora molto interessata, dopo "Il mio piccolo genio""A casa per le vacanze", alle problematiche di famiglia e all’azione del singolo individuo all’interno di essa, fa bene. Anche se la simultaneità delle performance di regista e attrice deve aver compromesso stavolta  le messa a fuoco di sguardi: dietro la macchina c’è il tocco femminile, pacato,  garbato, sensibile, comunque acuto, e fin qui nulla di male, se non fosse che ben presto l’oggettività di donna (regista) si lasci impressionare dalla flemma emotiva di madre (attrice). Si avverte quindi una sorta d’idolatria verso i personaggi, che non ammonisce né condanna, anzi comprende, giustifica, asseconda, ne diventa complice:  che si tratti di teneri capricci d’infanzia, di angosce adolescenziali o dei morbi psicologici di un adulto.

E’ corretto interpretarlo come saggio psicanalitico che teorizza su una potenziale protesi  della mente individuata nel “feticcio” (non lontano dalla lezione marxiana), oggetto di culto avvalorato prima dai sentimenti e poi anche dal mercato. Sull’oggetto l’uomo pone tutto, perfino la propria coscienza e lo innalza a unico mezzo di interazione con l’altro: una volta disfattosene, rimane una maschera, vuota, non interpretabile, un feticcio a sua volta, che teme l’approvazione o la disapprovazione di chi lo avvicina, e quindi di essere valutato. Non è un caso che ricorrano spesso termini come “mentire”, “fingere”, emblematici di una recita funebre  e anestetizzante in cui il personaggio può denudarsi a persona solo attraverso l’autolesionismo e il dolore, nel peggiore dei casi attraverso la morte.

Da apprezzare sono alcune scelte coraggiose (i risvolti assai prossimi all’horror, perfino al gore implicito), meno la catarsi dei sentimenti e il sensazionalismo emotivo del finale. Ma il vero asso nella manica è Mel Gibson che offre un’interpretazione sincera, intensa, mai sopra le righe.