Nel Paese delle Creature Selvagge: Recensione di Riccardo Balzano
Dopo aver litigato (aggredendola con un morso) la madre, il piccolo Max scappa di casa e immagina di raggiungere un paese lontano abitato da spaventose creature selvagge, di cui si proclama re. Ma le cose non vanno per il verso giusto e presto il bambino è ansioso di tornare dalla sua famiglia.

"La mia intenzione non era di fare un film per bambini; ho voluto fare un film che parlasse dell'infanzia". Così Spike Jonze commenta la personalissima trasposizione del racconto illustrato (1963) di Maurice Sendak, adattato poi a romanzo dallo sceneggiatore Dave Eggers. Fiaba terribile, eccentrica ma affascinante. Jonze le rimane abbastanza fedele ma la desatura  da fantasie cromatiche, incorniciandola in rami scuri che si intrecciano, la dissolve nella sabbia dorata di un regno immaginifico che accenna a morire, ingabbiandola in abitazioni sferiche che paiono grandi alveari di vimini. "Nel paese delle creature selvagge" è in effetti un film sull'infanzia, che mantiene figurativamente e nel tratteggio dei personaggi una ludica inventiva che ricorda quella fanciullesca, ma per adulti (e lo dimostra lo scarso successo avuto, come riportava tempo fa il L.A. Times, tra il pubblico di più piccoli alllo "screening-test") nell'impatto visivo ed emozionale, nonchè nei contenuti: c'è il gioco, il bisogno di affetto, la creatività, la crescita fisica ed emotiva, la difficoltà per il bambino ad adattarsi alle convenzioni sociali contenendo l'istinto e illuminandosi razionalmente, e anche la scoperta dell'altro sesso. Ma il discorso ricade spesso sul concetto di "possesso": "Ti mangerei per quanto ti amo" confida la deliziosa KW al protagonista. Max possiede (e vuole esserne il re) un proprio mondo, quello fantastico, illuso, ideale, affascinante e inquietante allo stesso tempo, che lo possiede a sua volta, anzi che desidera disintegrarlo, fagocitarlo ma da cui il egli fugge. Dunque la resa in immagini (cinematografiche) dell'opera di Sendak, anche se concettualmente interessante, non trova particolare felicità formale nè narrativa (al contrario la linearità del racconto si inceppa più volte vertendo alla ridondanza) e lo stile sobrio, scarno, privo di attrazioni (a livello visivo) e di delucidazioni (a livello tematico) rischia di incantare esclusivamente un pubblico di soli grandi e di essere ermeticamente indecodificabile (ed è vero un peccato) per i più piccoli.