Nine: Recensione di Riccardo Balzano
Affermato regista italiano, Guido Contini lavora al suo nono film, “Italia”. Un “blocco creativo” causato da complicazioni nella relazione sentimentale con la moglie Luisa fa si che il progetto vada in frantumi. Tenterà di ritrovare ispirazione frequentando e ricercando nella memoria tutte le donne della sua vita (la madre, l’amante, una prostituta, l’amica, una giornalista,la musa ispiratrice e la compagna stessa).

A portare sullo schermo il celebre musical di Broadway, scritto da Arthur Kopit assieme a Mario Fratti e musicato da Maury Yeston, non poteva che essere lui, Rob Marshall. Produttori e regista alzano le mani: “Non è il remake di 8 ½. E’ un tributo a Fellini”. Come lo era lo spettacolo musicale d’altronde, a cui però il regista di Rimini era contrario. C’è addirittura chi dice (Charlotte Chandler) che ne sarebbe stato entusiasta. Ci crediamo poco. In "Nine" Le protagoniste sono senza dubbio le donne: mogli, amanti, prostitute, amiche, muse ispiratrici, giornaliste che si succedono nella vita di Contini e sul palco. Ognuna canta la propria canzone, e bene, come in uno spettacolo di varietà ( alla Folies Bèrgere, come dice Judi Dench). Ma il kitsch abbonda non solo nelle scene, anche nella scrittura e lo spettacolo non è poi così divertente. Fa bene un giornalista nella scena d’apertura a chiedere al Maestro: “considera la pornografia arte?”. Nine è difatti l’esibizione ostentata di una sensualità facile e volgare, pacchiana e di cattivo gusto: le dive (quelle giovani) si muovono provocanti, inneggiano alla forsennata passionalità dell’uomo italiano ( “Be italian”), si toccano glutei e seni. Ma amano anche, non ricambiate. Le più anziane, madre e amica, sono due ottime confidenti. Niente a che vedere con l’innocente complicità erotica del Guido bambino di "8 ½" che applaude una Saraghina , brutta ma emblema e vanto della femminilità mediterranea mentre si esibisce goffamente in una rumba, o che aspetta con eccitazione il bacio della buonanotte. Della riflessione sulla creazione dell’opera artistica e della fiction cinematografica, del "conflitto" tra soggettività autoriale ed oggettività critica, rimane poco e niente. Ancor meno della vena surrealista e orinica: le formule magiche, le fobie e gli opachi fantasmi proiettati dalla rigida educazione cattolica, gli improbabili dialoghi coi genitori defunti dell’ altro Guido (Anselmi), quello vero, sono rimpiazzati da lustrini luccicanti, parrucche, coreografie svogliate e canzoni scritte maldestramente (la peggiore, quella di Kate Hudson, giornalista di moda ossessionata per “i moretti coi cravattini stretti”). Si salva la doppia esibizione canora di Marillon Cotillard, la più brava.

“Nine” è un ottimo esempio di semplificazione ( ma diciamo pure banalizzazione) hollywoodiana, in cui la vera pornografia (ricollegandoci alla frase sopracitata) è prevista nel lavoro di ri-adattamento (sceneggiatura di Tucker Tooley e del defunto Anthony Minghella) che “denuda” l’opera originale di qualsiasi decoro poetico e metaforico, snaturandone i significati e sostituendo la forma al contenuto (anche se la tecnica di Fellini, assai più ingegnosa, è anni luce distante). Il citazionismo all’opera felliniana è solo superficiale (l’abito rosso indossato dalla Cruz è lo stesso “immortalato” nella locandina di “Amarcord”, Nicole Kidman, più che Claudia Cardinale, pare Anita Ekberg). E’ anche esaltazione spudorata del divismo: sette le star femminili, una italiana, Sophia Loren, accolta con un crescendo di musica enfatica come “monumento vivente” di quel cinema custodito gelosamente e segregato nello splendore del passato che agli americani tanto piace ma che farebbero bene a non omaggiare. Una dozzina di comparse nostrane. Il tutto confezionato ovviamente con diligenza e tocco patinato. Se Fellini considerava la vita (e il cinema) un circo (e la sequenza finale di "8 1/2" ne è la testimonianza più suggestiva) per Marshall l'eleganza è tutto. I vestiti, le luci, le scene valgono più di chi li indossa, di chi illuminano e di chi vi si muove. Ed è forse per questo che Daniel Day-Lewis, pur dando una performance convincente, risulta inutile. Il suo Guido è un'ombra priva di spessore riflessa sullo schermo, amante delle donne è vero, ma privo del capriccio, dell'inquietudine, dell'irresponsabilità, del genio e, ebbene si, proprio dell'eleganza di Mastroianni.