Non Avere Paura del Buio: Recensione di Riccardo Balzano

Trasferitasi dal padre restauratore in una magnifica villa vittoriana, la piccola Sally si trova ad affontare delle minuscole creature maligne che per vivere devono cibarsi dei corpi di bambini e che lei stessa ha  liberato. Non creduta dal padre, troverà invece il sostegno della sua giovane compagna, con cui tenterà di riportare i perfidi esserini nelle buie profondità di un inceneritore .

Era il 10 ottobre del 1973 quando l’ABC mandava in onda l’horror, prodotto per la TV, “Don’t be afraid of the Dark”. Le disperate gesta della casalinga Sally Farnham (intrepretata da Kim Darby) alle prese con orripilanti creature assassine non lasciarano impassibili gli spettatori più giovani: tra questi c’era anche Guillermo del Toro che allora (quasi decenne)pensava di aver visto “il film più terrificante del mondo” e che oggi, a quasi quarant’anni dal primo passaggio in TV, ne produce  e scrive (a quattro mani con Matthew Robbins) un remake, apportando rilevanti modifiche che ne cambiano concetti e interpretazioni , e affidando la regia al fumettista Troy Nixey. Se nell’originale in molti avevano riscontrato accenni alle teorie freudiane e al protofemminismo nell’azione della protagonista adulta, che nell’affrontare la minaccia è esclusa e si esclude dalla protezione del maschio alla ricerca dell’indipendenza e della propria affermazione (istintiva ma anche sociale), che degenera nella violenza repressa al momento dell’incontro con incertezze primordiali (il buio), con la vittoria delle seconde che ne annullano in parte il tentativo di indipendenza, il regista messicano ha voluto procedere (dopo le due tappe de “La spina del diavolo” e “Il labirinto del fauno”) nella sua interpretazione dell’infanzia, sostituendo alla donna la bambina, al sogno (di affermazione) l’incubo e la paura (infantile), all’indipendenza la crescita (anagrafica, ma anche sessuale).

Ma Nixey ne semplifica la metafora, andando a ricalcare piuttosto sull’immagine, sull’intarsio pregiato, sul decòr (con il notevole contributo di Roger Ford e Kerrie Brown alle scene).  Così le due femmine acroniche (Sally e Kim), figlia e madre (acquisita), bambina e adulta, finiscono per evocare soltanto un confronto  fuori dal tempo, in cui una urla (non solo metaforicamente) il proprio sconforto che l’altra capta e riflette, andando a far coincidere due forme di disagio non così dissimili: se a Sally sta venendo negata l’infanzia ma anche la sua identità (da persona a oggetto di contesa, “Mia madre ha dato me a mio padre” dice la bambina), Kim sta ancora cercandone una, dopo che ne è stata anche lei privata in passato (di cui non ci è dato sapere). Non c’è evoluzione, ma stasi, che coincide nel finale nella complicità operativa e quindi nel riconoscimento della propria involuzione, verso il buio, l’inconsistenza esistenziale.

Ancora una volta però l’effetto e lo spettacolo predominano, andando a insistere sugli elementi prettamente horror (addirittura splatter), sulla citazione (da Kubrick/”Shining” ad Amenabar/”The Others”, perfino musicale, a “Psyco”, nella scena della doccia), sulla correttezza formale, sull’estetica dell’improbabilità (e viceversa). E l’impressione generale è quella di un’occasione persa. Da Del Toro, in primis.