Percy Jackson e gli Dei dell'Olimpo: Il Ladro di Fulmini: Recensione di Riccardo Balzano

Percy Jackson, adolescente con problemi di attenzione e dislessia, scopre di essere un semi-dio, figlio di Poseidone. Scoperta la sua vera identità e perseguitato da creature malvagie che lo accusano di aver rubato i fulmini di Zeus, è presto costretto a rifugiarsi nel Camp Half Blood, dove i giovani nati dalle relazioni tra dei e umani vengono addestrati al combattimento. Da qui, assieme all’amico/protettore Grover (un satiro) e ad Annabeth (figlia di Minerva), parte alla ricerca dell'arma del dio e del vero ladro. 

Ad Hollywood sanno creare cose davvero brutte, soprattutto quando attingono (maldestramente) dalle culture altrui. Vittima questa volta è la mitologia classica, stravolta iconograficamente ( l’Ade di Steve Coogan per primo), geograficamente, scenograficamente, drammaturgicamente, asportata con forza dal bacino mediterraneo agli USA. Il “travaso” decontestualizzante non  è dei più felici: l’ironia (che per fortuna c’è) abbonda quanto il cattivo gusto, l’azione sposa l’intrattenimento video ludico, l’armamentario antico è sostituito da improbabili gadget d’oltreoceano (le converse alate, l’ I-Phone utilizzato al posto dello scudo per combattere la Medusa) e la suggestione bucolica dal frastuono (sonoro e cromatico) urbano. Non ci si sorprenda quindi a vedere l’ingresso degli Inferi  spostato ad Hollywood e quello dell’Olimpo  sull’Empire State Building, il Partenone (una copia) nella cittadina di Nashville e gli omerici “mangiatori di loto” in un casinò di Las Vegas. Sorprende invece che alcuni interpreti di rilievo, o meglio di richiamo (Uma Thurman, Pierce Brosnan, Rosario Dawson) non abbiano esitato a prender parte a questo divertito ma non divertente teen-movie in salsa fantastica e con ambizioni horror.

Chris Columbus non riacquista l'equilibrio con cui aveva miscelato qualità e quantità nei primi due episodi della saga di Harry Potter (e opta per la seconda) da cui riprende però il numero, il sesso e la caratterizzazione dei tre protagonisti (l’eroe inconsapevole, la ragazzina intelligente e carina, l’amico imbranato e simpatico), confezionando il prodotto in maniera distratta, incoerente (narrativamente e tecnicamente)  e superficiale, volto unicamente all’appagamento del senso visivo e definendo di conseguenza un vuoto contenutistico. Qualsiasi accenno moralistico soccombe infatti a un effettismo esasperato che si spreca, intrattiene poco e stanca rapidamente.

I tre protagonisti, dal canto loro, ce la mettono tutta: chi la buffonaggine (B. T. Jackson), chi il bel faccino (A. Daddario), chi si propone come uno  Zac Efron in versione mora (L. Lerman). Il risultato è in ogni caso men che modesto e non lascia ben sperare per le trasposizioni degli altri capitoli della serie.