Pirati dei Caraibi: Oltre i Confini del Mare: Recensione di Paolo Bassani

La Fonte della Giovinezza: Jack Sparrow (Johnny Depp) la vuole trovare a tutti i costi, ma non è certo l'unico: sulle sue tracce si è messa anche la sua ex fidanzata Angelica (Penelope Cruz) a bordo della nave comandata dal terrore di tutti i mari, il pirata Barbanera (Ian McShane). Dalla sua, Jack ha la collaborazione del fidato Gibbs, e soprattutto dell'ex acerrimo nemico, il capitan Barbossa (Geoffrey Rush), che fingendosi al servizio della Corona d'Inghilterra, in realtà è alla ricerca di vendetta per l'uomo responsabile di averlo privato di una gamba, Barbanera appunto. Per accedere al potere della leggendaria Fonte però, bisognerà prima procurarsi due perduti calici d'argento e una lacrima di sirena...

Un meccanismo oliato, una star che deve fare la macchietta di sé stessa, dei cattivi che tutto sono fuorché cattivi e una trama a compartimenti stagni come i livelli di un videogame. Il quarto capitolo della saga di Pirati dei Caraibi che, avvertiamo subito, è autoconclusivo, torna agli inizi, dimenticando il pasticciaccio senz'anima del terzo (Ai confini del mondo) e tornando ai toni più leggeri e scanzonati del primo, mantenendo però una durata inutilmente mostruosa (2h e 20') e soprattutto non risultando mai, nemmeno una volta, stupefacente. La regia di Rob Marshall (Chicago, Memorie di una geisha) non aiuta, e il film non brilla né per trovate né tantomeno per visionarietà (chi scrive non l'ha visto in 3D e non può giudicare il livello della terza dimensione), tanto da risultare costantemente spento, con delle scene d'azione profondamente di routine: l'inseguimento tra le strade londinesi all'inizio è povero di idee, mentre è già più godibile l'attacco delle sirene. Il finale poi è purtroppo sottotono e troppo affollato di presenze inutili.

Qualche sorriso lo offrono alcuni dialoghi, soprattutto le consuete allusioni sessuali che funzionano più perché in quei momenti ci ricordiamo di trovarci pur sempre dinanzi ad un film Disney: ecco quindi un Jack Sparrow che baldanzoso può affermare "Sono d'accordo con la posizione del missionario", riferendosi ovviamente al personaggio religioso interpretato da Sam Claflin (che tra l'altro nel film finisce per innamorarsi di una donna: che direbbe il Vaticano?), o che ancora asserisce di aver scambiato un convento spagnolo per un bordello. Gli scambi con Penelope Cruz potevano però essere decisamente più frizzanti (l'interpretazione di lei è stata chiaramente penalizzata dalla gravidanza non attesa: non c'è una scena in cui non venga inquadrata solamente dall'abbondante décolleté in su, e nei titoli di coda il primo dei ringraziamenti della produzione va alla sorella, Monica Cruz, che l'ha probabilmente sostituita in varie occasioni essendo piuttosto simile). Delude anche il pirata Barbanera di Ian McShane, che non ha la verve e l'originalità di un buon cattivo che si rispetti, tanto che ancora una volta il Barbossa di Geoffrey Rush finisce per rubare la scena a tutti.

Nessun rischio, nessuna rivoluzione: la sceneggiatura è prevedibile sempre con una buona decina di minuti d'anticipo, e le "furberie" di Jack Sparrow lo sono così poco che finiscono per stancare. Il ritorno di Keith Richards è sprecatissimo, mentre i pochi secondi con Judi Dench sono decisamente divertenti. E sì, c'è una scena dopo i titoli di coda, ma per una volta saremmo quasi tentati di consigliarvi di non sprecare nell'attesa dieci minuti che potreste usare decisamente meglio. Per usare una metafora dolciaria, si potrebbe dire che questo è cinema come le merendine in scatola prodotte in serie sono pasticceria: sì, si manda giù con facilità e senza pentimenti, ma col pensiero rivolto agli ingredienti, alla cura e alla qualità che gli mancano per poter far godere davvero.