Prince of Persia: Le Sabbie del Tempo: Recensione di Paolo Bassani

La famiglia prima di tutto. Dastan la sua l'ha persa da bambino e ha dovuto imparare a cavarsela da solo tra le tortuose e labirintiche strade del regno di Persia. E' proprio durante una delle sue scorribande che va letteralmente a sbattere contro il Re Sharaman, che decide di accoglierlo alla sua corte come un figlio. Quindici anni dopo Dastan (che nel frattempo è diventato Jake Gyllenhaal), ora Principe di Persia, combatte per suo padre a fianco dei fratelli acquisiti Tus e Garsiv conquistando fortezze e città. Ma dopo l'assalto, fortemente voluto dal fratello del re, Nizam (Ben Kingsley), alla città sacra di Alamut, per Dastan inizia una vera e propria corsa contro tutto e tutti: viene accusato di un crimine gravissimo pur non avendolo commesso, e accompagnato dalla sacerdotessa di Alamut, Tamina (Gemma Arterton), dovrà nientemeno che salvare il Mondo dalla distruzione.

Anche se non sapessimo che Prince of Persia: le sabbie del tempo è tratto da una famosissima saga di videogames, probabilmente l'avremmo capito lo stesso guardandolo su grande schermo. Anzi, sono ingiusto: ci sono giochi che hanno spessore, a livello di trama e personaggi, ben più elevato. La storia portata sullo schermo dal versatile, ma stavolta parecchio impersonale e privo di nuove idee, Mike Newell (da Quattro matrimoni e un funerale a Donnie Brasco passando per il quarto Harry Potter) è strutturata a "livelli di difficoltà" esattamente come se la stessimo giocando noi con un joystick, ognuno dei quali termina spesso con un cattivo da sconfiggere, fino al duello finale. E siccome sappiamo da quali menti arriva il film (Jerry Bruckheimer su tutte) direi che non è il caso di stupirci più di tanto per il risultato; anzi, Prince of Persia ha invece un fascino esotico che altre megaproduzioni estive non hanno assolutamente. Un fascino che Hollywood ha perso per strada negli ultimi decenni, quello che ha reso Storia gente come Fairbanks o Flynn. Sarà che mancano giganteschi mostri marini o enormi robot cigolanti sempre difficili da mandar giù, ma il film di Mike Newell resta a galla proprio perchè riazzera il cinema d'avventura, non abusa di effetti speciali (se non verso il finale, purtroppo esagerando) e propone avvincenti duelli corpo a corpo con sciabole, spade, coltelli, "bolas" appuntite e ogni arnese si possa maneggiare con mano e possa recar danno all'avversario. E poi i fan del personaggio originario non resteranno certo delusi nel vedere Gyllenhaal compiere salti pirotecnici di tetto in tetto come un forsennato.

Ciò che guasta il puro divertimento è una sceneggiatura terra-terra che, ma questo è un marchio di fabbrica della ditta Bruckheimer, tenta invano di inserire qua e là sprazzi di comicità screwball tra i due protagonisti, con risultati a dir poco pietosi. Anche da Ben Kingsley, che probabilmente aveva dimenticato il carisma sul comodino, ci si aspettava di più, mentre un irriconoscibile - per quanto è bardato male - ma spiritoso Alfred Molina giunge in aiuto di una parte centrale boccheggiante. Il giudizio sul solitamente serioso Gyllenhaal è altalenante: a livello fisico e di presenza su schermo è assolutamente promosso, mentre la sua recitazione appare un tantino agitata, poco realistica, sempre tesa. Se ci sarà un sequel, forse sarà il caso che si rilassi un po' di più.