Rabbit Hole: Recensione di Paolo Bassani

Becca e Howie sono una coppia sposata. Si amano, hanno una bella casa, un giardino da curare, dei vicini amorevoli e dei colleghi presenti. Ma portano anche un grave lutto nel cuore: il loro piccolo, unico figlio di quattro anni, è morto otto mesi prima, investito da un'auto guidata da un adolescente. Come accade in questi casi, ognuno ha il proprio modo di elaborare il lutto: Becca (Nicole Kidman) vorrebbe rimuovere il ricordo del suo piccolo, eliminandone foto e giocattoli e dedicandosi ad altro, magari alle sue piante o alla sorella minore incinta. Howie (Aaron Eckhart) invece ogni sera non riesce a scollarsi dai video che mostrano i momenti nei quali giocava col suo bambino, e insiste affinché lui e la moglie partecipino a degli incontri settimanali di terapia di gruppo, ai quali Becca però si reca con riluttanza. Proprio durante queste serate Howie incontra Gaby (Sandra Oh) con la quale instaura un forte legame, mentre nel frattempo Becca decide di entrare nella vita del giovane ragazzo (Miles Teller) che, seppur senza colpe, le ha rubato quella della sua giovane creatura.

In mano a qualche regista smanioso di regalare al pubblico emozioni forti ma inconsistenti, questa trasposizione cinematografica dell'omonima pièce teatrale di David Lindsay-Abaire (premio Pulitzer e autore della sceneggiatura) sarebbe diventata l'ennesima, urlata e vuota esasperazione del dolore, ricolma di scene madri e gesti estremi. Invece, e qui la prima sorpresa, il regista di Rabbit Hole è John Cameron Mitchell, che nei suoi primi due, eclatanti film (Hedwig e Shortbus), colorati ed esagerati, estremi e provocatori, metteva in scena una vita senza ipocrisie, lontana dal dover rispettare necessariamente le regole non scritte del "sistema sociale". Questa caratteristica è pregnante anche in questa sua prima prova adulta e drammatica, in un confronto tutto domestico tra la via più convenzionale e "accettata" di elaborare la perdita (quella del marito) e la più personale (ma criticabile dalla cosiddetta "opinione comune") della moglie.

"La tana del coniglio" del titolo non è solo la metafora delle quattro mura dalle quali Becca e Howie osservano un mondo che continua a girare anche senza il loro piccolo, ma è soprattutto uno spiraglio di luce in fondo al tunnel, un cammino da percorrere per ritrovare la serenità perduta. Mitchell dirige con estrema lucidità una Kidman ritornata al suo meglio (attoriale sì, ma anche "espressivo") per la quale la nomination all'Oscar è meritata. Più convenzionale l'interpretazione di un Aaron Eckhart che non ha mai brillato per estremo talento. Rabbit Hole per conquistare pienamente avrebbe avuto bisogno forse di meno schematicità (ma l'impianto teatrale la porta necessariamente con sé), soprattutto negli sviluppi tra la coppia e il mondo esterno, e nel "mistero" che all'inizio pervade quel ragazzo che Becca pedina con tanto interesse ma che basta poco per capire fin da subito che ruolo abbia nella vicenda. Alcuni momenti però sono notevoli, e va segnalata una performance perfetta di Dianne Wiest nel ruolo, complicato, della madre della Kidman, combattuta e confusa, anch'essa affranta dalla perdita di un figlio e incapace di confortare la figlia senza risultare sgradevole.