Remember Me: Recensione di Riccardo Balzano

Tyler ha perso il fratello maggiore, morto suicida, e ha un pessimo rapporto con il padre. Ally ha visto la madre essere assassinata da due bruti alla fermata della metropolitana quand’era piccola e deve convivere con l’apprensione maniacale del suo vecchio, un poliziotto. I due s’incontrano e si amano.  La tragedia incombe.

Dramma mesto e molesto “Remember me”, di nichilismo incoerente (e inconcludente), di pathos artificioso, di rabbia giovanile, di pulsioni sessuali, di istinti violenti, d’incomunicabilità adolescenziale e di lutti (troppi). Il tema portante è senza dubbio l’elaborazione della perdita, ma non la sua metabolizzazione: il flusso emotivo non ha difatti sosta e abbraccia il passato assieme ai fantasmi dei cari senza trovare vie di fuga in un presente bigio e torbido che accoglie fatalmente un’altra enorme disgrazia ( siamo nel settembre del 2001). Il film di Coulter (che gira comunque con diligenza)  ospita tanti personaggi senza comunque trovarvi alcun conforto umano: tutti sono alla ricerca di qualcosa (ma cosa?), tutti tentano di dimenticare senza riuscirci, tutti sono rinchiusi in un proprio inaccessibile microcosmo non sempre in grado di rendersi identificabile e interpretabile sullo schermo.

“Remember me” non trova una soluzione, si apre e conclude con drammi, con corpi esanimi di madri e fratelli che non stingono nella memoria ma che anzi dilaniano cuore e menti di chi la vita non l’ha persa. Nonostante le ambizioni, è un teen-movie (di quasi due ore), che si affida facilmente a cliché (le figure dei due padri in primis) ma si consuma in una drammatizzazione enfatica ed empatica (almeno per le numerose fan di Pattinson) che sembra ammiccare all’attuale cultura “Emo”, alla “gioventù bruciata” degli anni ’50 e al “maledettismo decadente”ottocentesco,  calcando sulla figura di Tyler, “bello e dannato”,  ribelle e introverso, sensibile e impulsivo, il cui dramma personale ingloba, anzi è inglobato da quello “universale”.

Robert Pattinson ed Emilie de Ravin sono abbastanza affiatati e lei, nonostante i quasi trent’anni, è più credibile come ventunenne di quanto alcuni pettegoli lascino pensare. La sceneggiatura  della Jenny Lumet  di “Rachel getting married” non è poi così male.