Ricatto d'Amore: Recensione di Riccardo Balzano

Margaret, capo-redattore di un'importante casa editrice, è costretta a rimpatriare a causa di alcuni problemi col visto. Ma pur di evitare di perdere lavoro e decisa ad acquisire definitivamente la cittadinanza statunitense, ricatta il suo giovane assistente affinchè la porti all'altare. Ma, prima del matrimonio, lui la presenta alla famiglia, e tutto cambia.

Anne Fletcher, coreografa prima che regista (non è un caso che il suo film d'esordio sia "Step Up", a metà tra love e dance movie), ha il senso del ritmo, non solo musicale. La sua è una regia certo con pochi guizzi d'inventiva nell'elaborazione formale del racconto, ma impeccabile nell'esecuzione narrativa. "Ricatto d'amore" si distingue infatti per la gradevolezza, per l'equilibrio di toni comici e drammatici, per il rifiuto di propinare allo spettatore le solite siluette stereotipate (come quella della ex-fidanzata gelosa, invadente e guastafeste a cui il genere ci ha abituato e "rinnovata" invece qui da un' affabile e gentile Malin Akerman) per l'attento e vivace ritratto dei personaggi (primari e secondari, tra cui spicca quello della nonna arzilla), di raro spessore per un film rosa. Già in "27 volte in bianco" la Fletcher aveva prestato poco interesse all'enfatizzazione del fulcro sentimentale della storia, e lo conferma qui, dimostrandosi, anche se ancora abbastanza impacciata dietro la macchina da presa, migliore di tanti altri colleghi con maggior titoli alle spalle, più attenti magari al tormento emozionale di pubblico e personaggi. Tolte le tinte pastello, gli abiti da cerimonia (ne resta uno, quello desueto da sposa che si ritrova ad indossare Margaret ) e i confetti colorati e demoliti perfino i grattacieli newyorkesi a favore dei glaciali e desolati paesaggi dell'Alaska, "Ricatto d'amore", come il film precedente, parla di un matrimonio, stavolta non più idealizzato e sospirato, ma al contrario ridicolizzato e ridotto a mera farsa per ignobili fini dai due protagonisti, i quali personificano, ancora una volta ma in modo astuto, il "dibattito" tra cinismo e sentimento con un eclatante scambio di ruoli. La Fletcher attinge quindi parecchio dalla sua opera seconda, ma rielabora e impasticcia, sempre con garbo, il "prototipo" (aiutata dalla sceneggiatura di Pete Chiarelli, "Eagle Eye" ), ripescando contenuti (famiglia, matrimonio e amore) e caratteri.

La coppia di protagonisti trova un'adeguata sintesi con la simpatica performance della Bullock e la bella presenza di Reynolds (migliorato come attore), diretti con intelligenza dalla regista che ha saputo ben valorizzare (o meglio sfruttare) le capacità mimiche dell'una e il sex appeal dell'altro.