Robin Hood: Recensione di Riccardo Balzano

Alla morte di Re Riccardo di ritorno dalle Crociate, l’arciere Robin Longstride diserta l’esercito assieme ad alcuni compagni e si rifugia in Inghilterra dove, a Nottingham, è accolto nella dimora di Sir Loxley il quale gli dà in sposa la nuora Marion, vedova del figlio morto in guerra. Quando l’avaro Re Giovanni manda le proprie truppe a riscuotere (violentemente) le tasse e alcune milizie di francesi iniziano a saccheggiare i villaggi, l’eroe e una folta schiera di alleati cercheranno di contrastare il nemico a favore della giustizia.

“Robin Hood” by Ridley Scott esplora ancora il territorio storico ( tralasciando però  il “il Regno dei Cieli” ) de “Le Crociate” concedendosi non poche licenze (Re Riccardo ucciso da un cuoco?), ed introduce (soltanto) eludendo l’invenzione romanzesca a favore del vero(simile) storico (quello manzoniano) i leggendari abitanti della Foresta di Sherwood e Nottingham.

Ma l’ambizione di re-inventare il personaggio attraverso un processo di contestualizzazione quasi dissacratorio se da una parte propone un Robin Hood plasmato con maggior realismo (tanto da essere ri-battezzato come Robin Longstride), dall’altra infierisce sulla linea drammatica che  molto risente dell’estrapolazione dalla sfera mitica e leggendaria,  contraendo fino allo spasmo quell’inviolabile aspettativa dello spettatore di rivisitare per immagini filmiche proprio quegli episodi familiari che poco coscienziosamente sono stati aggirati. Scott intende quindi illustrare (in una sorta di colossale prologo di quasi due ore e mezza) le origini del mito e del nome, trattenendo, fino a cinque minuti prima della fine, ovvero quando Longstride viene dichiarato “fuorilegge”,  la pulsione trascendente che da persona innalza a personaggio e quindi a leggenda. Peccato che Il metraggio (eccessivo) incredibilmente non basti ad accostare all’ intrattenimento (almeno due battaglie nella prima mezz’ora) una rispettabile introspezione: pochi flash-back, virati al bluastro,  riassumono sbrigativamente le reminiscenze d’infanzia dell'eroe e dell’ ideologia “paterna” fondata sul culto della giustizia. Sicuramente peggior sorte spetta ai compagni d’arme, come Little John e Will Scarlet, e al goffo e goloso Fra’ Tuck, ridotti a macchiette stimolati e stimolanti umoristicamente. Ne guadagnano, invece sorprendentemente,   il Sir Walter Loxley di Max von Sydow e la Marion di Cate Blanchett, vedova intrepida capace d’indossare l’armatura (del marito defunto) e combattere in guerra al fianco del nuovo compagno, con tanto di bacio imbrattato di sangue in riva al mare (che impietoso trasporta cadaveri e residui d’imbarcazioni).

La versione “alternativa” del mito si trascina senza particolare enfasi (anche nello spettacolo) mancando di fendere (come un dardo) lo schermo e saettare, fino a colpirla, l’empatia (in)vulnerabile dello spettatore. I costumi di Janty Yates e le scene di Arthur Max, mai sfarzosi, si accompagnano alla fiacche musiche di Marc Streitenfeld (che nel finale tanto ricordano quelle di "Braveheart", a cui il film, tra l'altro, ammica più volte).