Scott Pilgrim vs. The World: Recensione di Riccardo Balzano

Toronto. Scott Pilgrim, 22enne bassista in una band, crede di essere innamorato della 17enne Knives Chau fino a quando incontra a una festa l’americana Ramona, trasferitasi da New York in Canada. Dopo un primo appassionato appuntamento  è intenzionato a instaurare una relazione con lei ma dovrà prima vedersela con i suoi sette spietati ex riunitisi in una lega.

Tratto dalla graphic novel (pubblicata in sei volumi tra il 2004 e il 2010) del canadese Bryan Lee O’Malley  “Scott Pilgrim vs the World” è indubbiamente una delle opere più eccentriche, poliedriche e quindi interessanti dell’anno. E’ un film esteticamente più vicino ai codici grafici e narrativi dei fumetti  e  dei videogame che a quelli prettamente cinematografici. Non male, ma sappiamo che non è il primo. Ciò non scredita il linguaggio rivoluzionario (azzardiamo forse troppo con “anarchico”?) con cui Edgar Wright trascrive il materiale cartaceo e trascende dalle convenzioni estetiche e narrative del cinema.

 Il rifiuto della tradizione genera uno spettacolo sovversivo, irriverente coadiuvato e concluso da un finale spasmodico e predisposto all’eccesso (non del tutto giustificabile). L’esuberanza dei dialoghi (scritti dal regista assieme a Michael Bacall) e la ridondanza dell’immagine fruita attraverso una notevole competenza registica combinata a ingegnose soluzioni di montaggio  (Jonathan Amos e Paul Machliss) convivono in una rapsodia di espressioni (che siano filmiche, video ludiche, grafiche, musicali) dissonanti, in grado di coesistere ed esistere a sé stanti. Così come storia e personaggi: paradossalmente l’una non necessita degli altri, e viceversa. Gli anti-eroi di O’Malley, detrattori della cultura superomistica (assecondati in questo dalla tendenza, nota a chi ha visto le pellicole precedenti di Wright, alla parodia), non solo pedinano un certo cinismo diegetico ma annullano loro stessi, al di là di qualsiasi realtà anatomica e fisica, disintegrandosi  in gettoni-punti (i “coin” dei videogiochi). Eppure non mancano di emotività,  come di spessore: intrecciano rapporti e sanno come rifletterci (non senza ironia), mettendo in discussione il concetto di “appartenenza” a un'altra persona. Ma cosa che sanno fare meglio è la musica: indie-rock, punk, perfino elettronica.

E gli attori stanno al gioco, divertiti e divertenti: oltre a Michael Cera che con un po’ di capriccio e un po’ d’infantilismo mantiene le proprie promesse di giovane talento, vanno segnalati il Wallace di Kieran Culkin, irresistibile coinquilino gay, la Julie di Aubrey Plaza, amica sgarbata e “ubiquitaria” e la scettica Kim di Alison Pill. Senza nulla togliere agli altri.