Star Trek: Recensione di Paolo Bassani

James T. Kirk (Chris Pine, Smokin’ Aces) è un giovane scapestrato dell’Iowa noto tra i pianeti per essere il figlio di uno storico e coraggioso capitano della Federazione, morto per salvare 800 vite tra cui quella dell’allora neonato figlioletto. Convinto non senza difficoltà ad arruolarsi nella flotta stellare dal capitano Christopher Pike (Bruce Greenwood, Io Robot, Deja Vu), Kirk dovrà dimostrare la sua stoffa in battaglia quando si troverà costretto a guidare l’U.S.S. Enterprise contro i Romulani guidati dal perfido Nero (Eric Bana, Troy, Munich) giunto dal futuro in cerca di vendetta. Ad aiutarlo ci penseranno l’amico d’accademia nonché medico di bordo Leonard McCoy, la bella ma ambigua Uhura e il navigatore russo Pavel Chekov, mentre con il tenente Spock (Zachary Quinto, il Sylar di Heroes), metà vulcaniano e metà terrestre, sarà arduo trovare il modo di collaborare a causa del suo temperamento basato sulla logica e sulla razionalità a differenza dell’istintività di Kirk.

J.J. Abrams è l’uomo delle sfide. Ha rivoluzionato il mondo della serialità televisiva con Lost, ha permesso a Tom Cruise di riprendere ossigeno con Mission: Impossible 3, ha perfino collaborato a costruire pezzo dopo pezzo l’evento Cloverfield (di cui in Star Trek c’è più di una citazione), e oggi ha raccolto i pezzi della saga fantascientifica più longeva della storia ricostruendola a modo suo (insieme agli sceneggiatori di Transformers), aggiornandola all’era degli effetti speciali e ridandole nuova linfa vitale. Il timore era che il marchio fosse solo un pretesto per un film che avrebbe scontentato i trekkers più puristi cercando di accalappiare soltanto il giovane ed inesperto pubblico dei pop-corn movie estivi. Si può dire invece che Abrams sia riuscito a far felici tutti, creando un’invidiabile mix di tanta azione, umorismo e spettacolarità senza però dimenticarsi di caratterizzare al meglio i suoi personaggi, prendendosi i dovuti tempi per raccontarci della loro infanzia e per più che riusciti momenti drammatici. Senza dimenticare la presenza dell’interprete storico della serie Leonard Nemoy nei panni dello Spock anziano, che a dispetto di chi pensava ad un semplice cameo interpreta un vero e proprio ruolo assolutamente necessario al racconto e a cui spetta anche il compito di chiudere il film.

L’universo multirazziale portato sullo schermo da Abrams è giustamente grandioso, sottolineato con epicità dalla roboante e classicheggiante colonna sonora del fidato Michael Giacchino, ma ancorato fortemente alla realtà: l’accademia spaziale si affaccia sulle rive del Golden Gate Bridge e la storia potrebbe tranquillamente essere ambientata ai giorni nostri. Fin da subito risulta perfettamente godibile il giovane cast, ad esempio nel rapporto che si instaura tra Kirk (la scoperta Chris Pine) e l’altrettanto scavezzacollo McCoy (l’Eomer del Signore degli Anelli Karl Urban): i loro duetti danno vita ad alcuni dei momenti più riusciti del film, insieme a quelli con protagonista il buffo Chekov interpretato da un giovanissimo che farà strada (Anton Yelchin, che vedremo anche in Terminator: Salvation).

In un film di “origini” come tanti se ne vedono in questo periodo, quando ampio spazio deve essere dato alla presentazione dei personaggi e al tessuto attorno a loro, è facile dimenticarsi degli antagonisti della storia, ed infatti il pur bravo Eric Bana poco può fare per dare importanza al suo Nero, che anche se inserito bene nel contesto soffre di troppa poca presenza sulla scena. Nel cast anche Wynona Rider nei panni della madre di Spock. Gli effetti visivi sono della Industrial Light & Magic: nulla di strano, se non fosse che è un’azienda di George Lucas, creatore dello storico “rivale” fantascientifico di Star Trek