Super 8: Recensione di Riccardo Balzano

Ohio. 1979. Un gruppo di ragazzini gira in notturna e in super8 una scena di quella che è la loro prima opera filmica. Ad interrompere le riprese è un catastrofico incidente ferroviario che vede coinvolti un vecchio professore e un cumulo di cubi di materiale ignoto. Il mistero s’infittisce quando l’intera cittadina viene assediata dall’esercito che indaga in tutta riservatezza e iniziano a sparire persone, animali e apparecchi tecnologici.

E’ un film sulla (pre)adolescenza: quella anagrafica (del regista e dei protagonisti) e quella del cinema di genere negli anni ’70 e primi anni ’80, ancora tanto buffamente artigianale quanto  genuinamente costruito. Non è soltanto un omaggio a Spielberg (che lo produce), ma ai bimbi di ieri (spettatori di “E.T.” come de “I Goonies”, i cui personaggi sono citati come caratteri e fisionomie)  e alla grana della pellicola (super8). Così come non è soltanto un film di fantascienza.

Ed era immaginabile, data la difficoltà (apprezzata indubbiamente) di Abrams di rientrare scrupolosamente nei generi. Il gusto, sempre raffinato e proporzionato, per l’effetto non inganna e accudisce l’aspettativa del meraviglioso che sfuma di tanto in tanto nel poetico e la parabola non stenta a manifestarsi e a giungere sincera, genuina, apprezzabile. Ma non è un film di sola forza evocativa, che si affida all’impalpabilità dei sentimenti, né tanto meno, come si diceva, di spettacolo. E’ un film che ha il suo fulcro (narrativo e contenutistico) nella materia. E già il titolo ne è un indizio. Che sia la pellicola, su cui il gruppo di ragazzini imprime e sperimenta le prime, intense esperienze cinematografiche, che rivela al fascio di luce del proiettore segreti tenuti nascosti all’occhio indiscreto dei media, che custodisce e preserva la memoria di chi ci ha lasciati; che sia quella ineffabile e irreperibile che compone la creatura aliena, intesa non più come minaccia, ma vittima delle sevizie umane (sferrando così un colpo micidiale al patriottismo a stelle e strisce), comunque mai avvilita e malinconica come l’extra-terrestre di Spielberg; che sia il metallo, lavorato e sagomato come un ciondolo che contiene un sorriso prezioso ed eterno, o grezzo, che si dispone a mo’ di veicolo e permette la fuga verso quello che pare concettualmente più l’aldilà che lo spazio sidereo; perfino i corpi stessi che alimentano il “mostro” o si scoprono medium per interagire con quest’ultimo.

Non senza tralasciare la varia e arguta fascinazione che offrono i personaggi, mai sacrificati al rigetto digitale, come troppo spesso capita, valorizzati anzi da interpretazioni lodevoli. Se infatti, possiamo scommetterci, il cast di giovanissimi troverà posto tra le star, Elle Fanning, più di tutti, brilla di luce propria. Mentre Micheal Giacchino alle musiche conferma di saper convertire note in emozioni, e viceversa.