Tata Matilda e il Grande Botto: Recensione di Riccardo Balzano

Anni ’40. Nella campagna inglese, Isabel Green giovane madre di tre bambini, deve mandare avanti da sola la famiglia e la fattoria in assenza del marito (partito per la guerra). Esasperata dalle ossessive esortazioni dal cognato a vendere la proprietà, dall’insoddisfacente impiego in una bottega gestita da un vecchia rimbambita  e dall’arrivo dei viziati nipotini dalla città, la donna riceve prontamente l’ausilio di Tata Matilda che tenterà di (ri)stabilire la pace nella sua vita.

Secondo episodio tratto dalle serie di romanzi per ragazzi di Christianna Brand . E’ ancora una volta una deliziosa favola agghindata di bella morale, pitturata con colori sgargianti, musicata vivacemente (da James Newton Howard), diretta con brio scoppiettante dalla “televisiva” Susanna White e intepretata  in modo divertito ma sempre professionale da un cast (adulto) di prim’ordine capitanato nuovamente da Emma Thompson, anche sceneggiatrice e co-produttrice, affiancata dalla graziosa Maggie Gyllenhaal  e invigorito dalla partecipazione, più o meno eloquente, di  Ralph Fiennes e Ewan McGregor .

Anche se lavora, senza eccessiva retorica, sul piano ideale dei (buoni) sentimenti ostenta una strana predilezione per il concreto, il corporeo. Gli oggetti hanno difatti un’insolita importanza: ci sono quelli che dovrebbero (ma non lo fanno) sostituire l’affetto genitoriale (i bei vestiti) e quelli che invece l’affetto lo imprigionano nel proprio tessuto (l’abito da sposa) o nell’inchiostro che li macchia (le lettere), ci sono quelli che distruggono le speranze sgretolando tali affetti (telegramma) e quelli che potrebbero distruggere ma che invece unificano (la bomba). 

 Alla sua “seconda  volta”  Nanny McPhee, copia imbruttita e inquietante di Mary Poppins, che giunge a destinazione in abito nero accompagnata da tuoni, lampi, tifoni e corvi (parlanti) degni della migliore tradizione horror (non di certo appoggiandosi a candide nuvole vaporose per specchiarsi o aprendo l’ombrello per atterrare come insegnava “la tata” Julie Andrews) scavalca, oltre a una folta schiera di guardie inglesi con la sua motovettura, la divisione in classi sociali a favore della cooperazione e della collaborazione, perché davanti al bisogno (di affetto) e alla minaccia (la guerra) tutti siamo uguali, ricchi o poveri, snob o semplici. Può apparire come una concezione ormai superata se non assurda, ma d’altronde se i maiali possono volare, l’assurdo è più che plausibile.