The Fighter: Recensione di Paolo Bassani

Dickie e Micky. Sembrano i nomi di un duo comico, e invece di comico nelle loro vite non c'è e non c'è mai stato nulla. Sono due fratelli, vivono nella sgangherata periferia di Lowell, nel Massachusetts, con la loro madre e una sterminata tribù di sorelle impiccione. Il modo che hanno di rivalersi nei confronti di una vita che non è stata certo loro benevola è la boxe: Dickie (Christian Bale), il maggiore dei due, è stato una sorta di leggenda locale in passato, ma oggi (o meglio all'epoca in cui è ambientato il film, sul finire degli anni '90) è dipendete da crack e il suo corpo è deteriorato, ma malgrado ciò non esita a smettere di allenare il fratellino Micky (Mark Wahlberg), la cui carriera potrebbe ancora prendere il largo. Se non fosse che, per colpa di una madre-manager oppressiva (Melissa Leo) e di un fratello poco lucido, Micky viene mandato allo sbaraglio contro un pugile più grosso di lui e ne esce a pezzi. Da lì, grazie anche all'aiuto della sua nuova ragazza Charlene (Amy Adams), nasce in lui il desiderio di diventare più autonomo e di intraprendere un percorso che però metterà a dura prova il rapporto con i suoi affetti.

E' incredibile come ancora una volta molte delle storie più belle ed emozionanti raccontate recentemente dal cinema abbiano a che fare col mondo della boxe: prima Eastwood con Hilary Swank, poi Ron Howard con Russell Crowe seguito da Aronofsky con Mickey Rourke (sì, non era proprio pugilato, ma siamo da quelle parti...) e ora The Fighter, storia vera con più ombre che luci, diretta da David O. Russell (ma prodotta dallo stesso Aronofsky, che in un primo momento avrebbe dovuto anche dirigerla). Ma, come al solito, la boxe è solo una metafora, un viatico per parlare di ben altro: in questo caso dei rapporti di una famiglia borderline, con una madre amorevole fino all'asfissia ma incapace di vedere cosa realmente sia meglio per i proprio figli (il personaggio di Melissa Leo ha più di un punto in comune con la Jackie Weaver di Animal Kingdom, ed entrambe erano candidate nella stessa categoria agli Oscar). Per Micky è difficile e doloroso uscire dalla cerchia protettiva della sua ingombrante famiglia, ma ci riesce grazie alla spinta di un'altra donna, ancora più risoluta e combattiva di lui: Amy Adams si conferma in questo ruolo un talento a 360 gradi.

E se Mark Wahlberg offre al suo personaggio una dedizione più fisica che espressiva, gli occhi sono tutti puntati su Christian Bale, per cui la statuetta dorata durante la notte degli Oscar era praticamente pura formalità: il suo allucinato Dickie racchiude un'umanità e una potenza viscerale difficili da scordare. L'etichetta di "non protagonista" non deve distrarre, visto che in più di un'occasione Dickie si mangia tutti i suoi colleghi (e, a dircela tutta, il pubblico è più interessato alle sue vicende che a quelle del fratellino minore). L'Oscar ha premiato anche Melissa Leo, che offre un'interpretazione molto buona ma piuttosto convenzionale e senza particolari guizzi di originalità. Interessante infine lo stile scelto da David O. Russell (regista noto più per le sue sfuriate sul set che per i suoi film, di cui ricordiamo Three Kings e I Heart Huckabees): nelle scene di vita comune è sommesso e dai toni sporchi (non ho scritto banale, ma l'ho pensato), mentre gli incontri di boxe sono mostrati come se d'un tratto anziché davanti ad uno schermo cinematografico ci trovassimo davanti ad un normale televisore, con la classica sgranatura da tubo catodico e la telecronaca degli incontri in tempo reale. Solo qualche inquadratura di troppo ai nostri personaggi ci ricorda che siamo ancora al cinema.