The Final Destination 3D: Recensione di Paolo Bassani

Nick e i suoi amici siedono sugli spalti di una gara automobilistica mozzafiato. Intorno a loro pullulano differenti tipi di persone, dal guardiano alla madre di famiglia, fino ai novelli sposini. D'un tratto Nick ha una visione tremenda: da lì a poco sulla pista si scatenerà un inferno di fuoco e fiamme che si rivelerà in pochi secondi mortale per la maggior parte degli spettatori. Convince così i suoi amici e pochi altri a seguirlo fuori dall'autodromo, proprio mentre effettivamente l'incidente ha luogo. Da quel giorno i superstiti al disastro dovranno fare i conti con la Morte alle loro calcagna.

Se al cinema tutti noi ragionassimo più con il cervello che con lo stomaco, tutti i capitoli di Final Destination che sono seguiti al primo sarebbero da considerarsi inutili, meri rifacimenti, sorta di remake che differiscono dall'originale solo nell'incipit ma si concludono sempre con l'inevitabile carneficina. Ma a noi piace prenderla da un punto di vista diverso: perchè la saga di Final Destination, a differenza delle decine di finti horror ultrapatinati che Hollywood ci propina da anni a questa parte, è fieramente capace di essere giocosa e autoironica, prendendosi in giro fin dai titoli di testa, con una divertente animazione delle "lastre" delle vittime degli episodi precedenti più relative ricostruzioni degli incidenti.

Ovviamente il punto è osare, strafare, andare oltre ciò che gli spettatori hanno già visto negli episodi passati: e quindi ecco che alcune "preparazioni" degli incidenti mortali prendono lungo tempo, e addirittura il regista si permette di inserire dettagli che ci fa credere saranno significativi nel risultato finale (la morte del malcapitato) ma che invece si dimostrano inutili (su tutte la scena della madre dalla parrucchiera, crudele per quanto sadicamente architettata). Fino al finale autoreferenziale, con un disastro che si compie all'interno di un multiplex in cui si sta proiettando un... film in 3D! Già, perchè se una novità c'è in questo quarto capitolo della serie (firmato David R. Ellis, già alle redini del secondo) è la componente tridimensionale. Scordatevi le ciofeche di Alice e Scontro tra titani: Ellis è stato uno dei primissimi a poter adoperare le Fusion Camera realizzate da James Cameron per Avatar, e l'effetto 3D è realistico ed impressionante fin dalle primissime immagini durante la gara automobilistica. In alcuni momenti lo spettatore avrà davvero l'istinto di ripararsi da oggetti in caduta libera, segno di un vero coinvolgimento e di un effetto non gratuito che dovrebbe essere garantito da ogni 3D in circolazione.

A The Final Destination, per divertire veramente, manca la capacità di rendersi conto che il pubblico ormai ha mangiato la foglia, sa di cosa si tratta, la pappa è stracotta, quindi è inutile dare vita a inutili e lunghissimi spiegoni atti a far capire che la morte ucciderà i superstiti nell'ordine in cui avrebbero dovuto morire all'incidente originario, o che probabilmente c'è una via di salvezza per tutti che inevitabilmente però si rivelerà un vicolo cieco. La gente questo già lo sa, è in platea solo per vedere, cinicamente, COME moriranno tutti, non SE moriranno tutti. E grazie ad alcune trovate tutt'altro che da buttare (la scena all'autolavaggio sarebbe stata ancor più esaltante se poche settimane fa non ne avessimo visto una simile in La città verrà distrutta all'alba) The Final Destination porta a casa il suo compitino. Per il quinto vogliamo meno chiacchiere, e più sangue.