The Informant: Recensione di Paolo Bassani
Va considerato ormai perso per strada Steven Soderbergh, che da ammirato e promettente regista della nuova Hollywood si è trasformato negli anni in un decisamente medio mestierante con velleità autorali troppo alte per le sue capacità. Dopo che persino il secondo e il terzo capitolo della saga di Ocean riuscivano a non essere mai troppo brillanti e soddisfacenti per colpa di qualche “colpo di testa” di troppo, la scelta di portare sullo schermo la storia vera di Mark Whitacre in The Informant! pareva quella giusta per rilanciarlo sulla strada del cinema mainstream e per riprendersi dal flop di pubblico e di critica del suo dittico sul Che. E invece, pur graziandoci con una durata accettabile (cosa non scontata per il regista), il suo nuovo lavoro non riesce mai a centrare il bersaglio trascinandosi spesso stancamente verso un finale che, con il passare dei minuti, finisce per non interessare più a nessuno.

Siamo all’inizio degli anni ’90 e Mark Whitacre, biochimico con mire dirigenziali nella società agroalimentare in cui lavora, scopre per caso dell’esistenza di un cartello sui prezzi di una sostanza chiamata lisina di cui la sua azienda è diretta promotrice. Deciso a fare chiarezza e a mettersi in buona luce sperando magari di ottenere per questo un avanzamento di carriera, Mark spiffera tutto all’FBI e diventa il loro infiltrato. Ben presto si accorge però che la sua onestà potrebbe non portargli la gloria sperata e darà inizio alla costruzione di un castello di bugie destinato inevitabilmente a crollare su sé stesso.

Soderbergh sa dove mettere la macchina da presa, sa inquadrare i suoi personaggi, sa scegliere le facce giuste per i suoi protagonisti (due o tre comprimari fanno ridere al solo sguardo), sa illuminare la scena (anche stavolta si cela come direttore della fotografia dietro lo pseudonimo di Peter Andrews): ma tutta questa capacità tecnica e stilistica continua a non venire amalgamata a dovere, risultando frettolosa e poco studiata e lasciando l’amaro in bocca per quello che questo film avrebbe potuto essere in altre mani. Si pensi ad esempio, come ha suggerito qualcuno, a lavori come Prova a prendermi, o Confessioni di una mente pericolosa (da lui peraltro prodotto), le cui tematiche erano assonanti ma i cui risultati finali sono di ben altro livello. Peccato perché il vero fiore all’occhiello di questa commedia stava nella sceneggiatura di Scott Z. Burns (The Bourne Ultimatum), efficace in più passaggi ma non trasformata a dovere in immagini. E la performance di Matt Damon, ingrassato di tredici chili per l’occasione, non aiuta a fare il salto di qualità mantenendosi stabile, costante, di routine.