The Iron Lady: Recensione di Riccardo Balzano

 

Ormai ottantenne ed ex Primo Ministro britannico, Margaret Thatcher, malata di alzheimer e con una figlia più apprensiva che affettuosa che le sta appresso (il  figlio maschio è in Sudafrica), si abbandona ai ricordi della sua vita pubblica e di quella privata (da giovane studentessa filo-conservatrice, figlia di un droghiere, a guida politica del Regno Unito per tre mandati) mentre tenta di disfarsi degli effetti personali del marito Denis, morto quattro anni prima.

Non è il biopic più convenzionale, e non voleva esserlo. Come convenzionale non è il termine più intuitivamente  accostabile alla protagonista,  prima e a tutt'oggi unica donna nel Regno Unito ad aver ricoperto la carica di Primo Ministro. Caparbia e assai criticata, esaltata ma anche odiata, Phyllida Lloyd non ne contesta il mito, ne mitizza la contestazione.

Deposta nel suo mausoleo, fuori dal numero dieci di Downing Street, la Thatcher non conosce espedienti di fuga se non quello simulato della memoria, tradotto cinematograficamente con l’assai abusato flashback, che destruttura il racconto cronologico a favore di quello mnemonico: il risultato è l’abbissamento del personaggio pubblico nella pubblica personalità, dove è costretta all’anonimato, alla reclusione fisica e mentale nello spazio vuoto e nel silenzio allucinato, in compagnia dei fantasmi (senza metafora) e del nulla affettivo. Ma la pop-ularizzazione non giustifica la scarso interesse al contesto, sacrificato alla nozione accademica, alla sinossi fictionale, al documentarismo artefatto: rievoca i fatti con immagini di repertorio (anche manipolate) senza indagare, cerca lo spettacolo dove non sarebbe da trovare, l’impressione individuale nell’espressione universale. Il frammento non è solo infinitesimale testimonianza dell’accaduto, ma microscopica percezione del macroscopico storico, ribadito e mediato da una Lady dalla rigidità compulsa e dall’inflessibiltà autarchica, ma comunque duttile nella sua poca autenticità (storiografica)  rispetto alla Lady che i Russi definirono “di ferro”.

Se a lasciare con qualche perplessità è il lavoro di scrittura ad opera della Abi Morgan di “Shame”, nulla si può rimproverare alla performance ottimale di una Streep che perfeziona l’imperfezionabile, dosando con sincerità interpretativa la commozione di chi al manifestarsi della vecchiaia deve apprendere vittorie e sconfitte, successi e fallimenti, nel pubblico come nel privato. E Broadbent l’affianca con amorevole dedizione. Fotografia (Elliot David) e musiche ( Thomas Newman ) saturano e accompagnano le immagini con piacevole discrezione.