The Social Network: Recensione di Riccardo Balzano

Nascita e sviluppo di Facebook. Dal 2004, anno in cui uno studente di Harvard, Mark Zuckerberg, crea in una notte un sito internet (Facemash) in cui è possibile votare,a seconda della bellezza, le studentesse di varie università, alla causa da 600 milioni di dollari indetta contro di lui da un trio di studenti che si dichiarano i veri ideatori del social network.

E’ molto probabile che “The Social Network” concorrerà ai prossimi Oscar come miglior film e magari Fincher  potrà finalmente stringere tra le mani l’ambita statuetta per la miglior regia. Si tratta indubbiamente di un film importante e se ne parla già come di un cult: possiamo anche essere d’accordo. Ci si aspettava, a dir la verità, qualcosa in più sull’indagine sociologica riguardo alla simulazione virtuale delle relazioni interpersonali nel XXI secolo. Ma Fincher preferisce spingere sull’ibridazione dei generi (commedia giovanile d’impronta goliardica, legal movie,  dramma sentimentale) mantenendo comunque una certa coerenza di linguaggio e, da specialista di film thriller, sulla più modesta e facile attrazione narrativa del raggiro: da quello telematico-informatico a quello economico,da quello legale a quello affettivo.

Possiamo prenderlo come esempio di cinema “sedentario”, in cui la gente sta seduta (in casa, in studi legali, in dormitori) a parlare e a bere per due ore, che lo avvicina concettualmente molto più al “film di attori” (raro caso in cui questi hanno tutti meno di trent’anni ) che al “film di inchiesta”. Bisogna aspettare la fine della pellicola per ricavare la chiave di lettura più interessante: dietro un network di successo che conta cinquecento milioni di iscritti, basato su rapporti contraffatti e ipocriti, c’è un sentimento autentico. Il Mark Zuckerberg  di Jesse Eisenberg (con una decina di titoli interessanti alle spalle) si adegua all’ambiguità del film: l’esasperata introversione, la repressione dei sentimenti che scade in un incauto cinismo è l’arma che utilizza contro il prossimo ma anche contro se stesso. L’impressione è però  che la sua finisca per essere una corsa verso il successo, quello che in realtà non desiderava, con le solite incomprensioni, le solite amicizie infrante, il solito sconveniente finale in salsa agrodolce. E soprattutto tanti soldi. I rapporti umani intanto cambiano, proiettati sul web, idealizzati, sublimati, stilizzati, facilmente troncabili o cementabili  a colpi di click. Ce ne vengono concesse poche, sciocche testimonianze, come quella della fidanzata di Eduardo, in una scenetta patetica e di cattivo gusto (“Perché hai messo single sulla tua pagina di Facebook?”).  

Amante dei primi piani quanto dei campi lunghi, almeno sul piano formale, Fincher ha la stoffa dell’autore:  la maniacale riduzione del grandangolo a inquadrature geometriche, la discrezione con cui conduce i movimenti di macchina e, da talentuoso assistente agli effetti visivi qual’era, la produzione mai ostentata di spettacolo visivo (la gara di canottaggio dei gemelli Winklevoss  ne è forse il più audace esempio). Ma genera soprattutto spettacolo dialogico (poco dialettico in effetti), per chi non perde la voglia di seguirlo. Merito anche dei dialoghi serrati ben scritti da Aaron Sorkin (anche tra i produttori, assieme a Kevin Spacey) che non sono più validi del contributo al montaggio di Angus Wall  e alla fotografia di Jeff Cronenweth, fidi collaboratori del regista.