The Tree of Life: Recensione di Riccardo Balzano

Jack, primo di tre figli, si sente smarrito e privo di affetti. Si rifugia nei ricordi legati all’infanzia, a sua madre, donna generosa e amorevole, e a suo padre, burbero ma anche affettuoso, con cui cerca di riappacificarsi. Ma il passato ha visto anche un lutto, quello del fratello minore, causa della disintegrazione di molte certezze e occasione di indagine sui misteri della vita e dell’Universo.

Che lo si ami o lo si odi (o non lo si conosca affatto) Terrence Malick è un mito. E l’affermazione non si ricollega automaticamente alla qualità delle opere (che chi scrive trova ineccepibile), ma a un perfezionismo esasperato che l’ha reso noto al suo ambiente e che ne ha rallentato enormemente i tempi di lavoro (quasi quarant’anni di carriera per soli cinque film, e miracolosamente già al lavoro per un sesto). “Tree of Life” è forse la cosa migliore che abbia girato fino ad ora, mantenendo però coerenza argomentativa, strutturale e figurativa con la materia precedente, avvalendosi perfino di una certa capacità sinottica. Se l’uomo, nelle sue opere, si è sempre prestato a un compiaciuto studio su se stesso che evocava l’epica della guerra, l’incontro tra culture, l’affermazione della persona, la violenza e la pace, lo ritroviamo qui inglobato in un contesto più ampio, sconfinato, scosso da forze centrifughe.  

La cantica di Malick si disperde infatti per l’universo, senza mai accondiscendere lo spazio e il tempo: è una catabasi che contempla la Vita pure quando s’inchina alla Morte, ma anche un requiem magniloquente sostenuto da un flusso di coscienza che divora le immagini, smembrandole prima e incorporandole poi in un discorso più ampio che procede per “dittici”: a partire dalla scissione di luce e ombra,  di Natura e Grazia, di ùbris e caritas, di uomo e donna (quindi di padre e madre), di impulso e ragione, di violenza e amore, di innocenza e peccato, d’infanzia e maturità. L’osservazione scientifica non vive in quest’autore (ricordiamo che è un appassionato di ornitologia, oltre che giornalista e docente di filosofia) senza la pittura, la poesia e la musica (che siano pezzi di repertorio o le superbe composizioni di Alexandre Desplat): scruta i suoi uomini come un entomologo che non può fare a meno dell’iperbole della figurazione, della parola e della nota musicale. Si guardi il lungo excursus  sull’origine del Tutto, convertita in apologia sinfonica  della Creazione, efficacemente riprodotta (con il prezioso contributo agli effetti  visivi del Douglas Trumbull di “2001: Odissea nello spazio” , “Incontri Ravvicinati del terzo tipo” e “Blade Runner”  e del  Dan Glass di “Mission Impossible” e “Batman Begins” ) utilizzando per lo più tecniche tradizionali pre-digitali  (gli effetti acquerello)  e ricorrendo in minima parte alla computer grafica. La profonda significazione è da ricercare anche nella breve sequenza coi dinosauri che tanta ilarità ha suscitato: avrebbe potuto esprimere la scoperta della violenza e della selezione naturale, introduce invece la fondamentale questione del rispetto.  Prosegue poi con un épos della famiglia e dell’Universo, aldilà (come accusano alcuni) della banalità, della ridondanza di segni e immagini, dell’autoreferenza, al di là del Cinema stesso. I simboli si accompagnano alle parole con lo stesso vigore con cui la linearità del racconto è disgregata in unità episodiche, raccordate (cinque gli addetti al montaggio) in un’unica esperienza di narrazione che simula soltanto il linguaggio filmico per trascendere in un qualcosa di etereo, di ineffabile, in un abbaglio di diegesi e di testo  su cui spirali e soglie sono impresse a suggerire la transizione verso l’altra parte, posizionata ovunque, oltre lo schermo, oltre il conoscibile, un varco che affaccia  oltre il tempo e lo spazio, un Eden fertile e fecondo di visione e suggestione, luogo di raccoglimento e di rincontro, di ascesi, dove ammirare la Vita, pianta rigogliosa, albero supremo dai rami recisi o ingarbugliati ma che s’innalza in alto, in un rituale ancestrale che punta al divino, all’eterno.

Senza mai che la dimensione terrena sia repulsa, senza mai che l’umanesimo di Malick smetta di essere confortante nella ricerca nel quotidiano del Bene e del Male nella polimorfia dell’Amore (e si veda con quale grazia è messo in scena quello materno idealizzato nella sagoma esile di Jessica Chastain, a metà tra Botticelli e Waterhouse, e con quale ambiguità e sofferenza invece quello paterno inciso sul volto ruvido di Brad Pitt ) ma anche malinconico di fronte alla danza di pedine che si muovono (o vengono mosse?) in un disegno più grande, misterioso, incommensurabile.