Toy Story 3: Recensione di Riccardo Balzano

In partenza per il college, l’ormai diciassettenne Andy deve decidere se buttare o trasferire in soffitta i suoi vecchi giocattoli. Chiusi in una busta di plastica, opta per la seconda soluzione. Ma per un terribile equivoco vengono prima scambiati dalla madre per immondizia e poi donati all’asilo del quartiere. Qui, accolti dapprima calorosamente dagli “inquilini” e poi fatti prigionieri dall’ambiguo Orso Lotso e i suoi strambi scagnozzi, la gang di giocattoli tenterà disperatamente la fuga.

“Toy Story 3” non solo è forse il migliore della serie, ma anche  una delle vette più alte che la casa di Lasseter abbia toccato finora, per fluidità, contenuti, ingegnosità, cinefilia, iperbole visiva (accresciuta dal 3D). Pochi film d’animazione (e tra questi ci sono i lavori di Miyazaki, qui omaggiato con il suo Totoro) hanno saputo alterare le potenzialità espressive del genere, attuando  un esperimento sinottico di generi (commedia, dramma, horror, azione) e sottogeneri (carcerario).

La  solida struttura narrativa non poteva essere ingranata meglio e la ricchezza formale non poteva condurre in maniera più abile all’elaborazione di alcune sequenze tra le più drammatiche, suggestive, empatiche e patetiche che il cinema d’animazione abbia mai conosciuto. Non è da meno l’intensa e appassionata argomentazione: è un film di giocattoli, ma non sui giocattoli. O meglio è un ulteriore modo di esplorare l’ambiguità, l’incostanza, l’egoismo ma anche la bontà del carattere umano (che i pupazzi simulano e idealizzano nei gesti e nei modi più elementari) e ovviamente la crescita da un insolito (e improbabile) punto di vista. Nonostante il valore superficiale e materiale che da sempre li connota, i protagonisti trascendono la fisicità e vanno a personificare quegli affetti, quei ricordi d'infanzia che si riflettono, lucidi di lacrime, nello sguardo di chi, ormai adulto, può solo vagheggiarne la  perduta essenza. Eppure se da una parte il film naviga con estrema eleganza e commozione nell’astrazione dei sentimenti, colti nel loro flusso più vivido e dinamico, dall’altra si attiene gelosamente all’inorganicità della materia (la plastica) e alla concretezza che un gesto semplice, come quello che coinvolge il tatto, suggerisce: i giocattoli (gli stessi che i genitori, cercando di farceli disprezzare, ci rendevano più desiderabili) vivono dell’implacabile fantasia dei bambini che necessita di un contatto fisico con l’oggetto per avviarsi e consumarsi. E non è un contatto che si perde, anche se si pensa di sopprimerlo raggiunta la maturità (anagrafica e non), ma che anzi può essere recuperato in qualsiasi momento, compreso quello più doloroso possibile, quando ce ne si separa definitivamente in un estenuante ultimo saluto. Ed è quello che Andy scopre con sorpresa nel finale. 

E’ inutile stare a dire quanto deliziose e perfettamente integrate siano le musiche di Randy Newman, di quanto sia garbata e arguta la sceneggiatura scritta a sei mani (Lasseter, Stanton e il regista Unkrich), di quanto irresistibili siano i personaggi (vecchi e nuovi). E’ sicuramente più utile invece consigliare di acquistare i biglietti e godersi lo spettacolo.