Transformers 3: Recensione di Riccardo Balzano

Il 20 luglio 1969, durante l’atterraggio sulla Luna, il governo americano volle in realtà raccogliere informazioni, senza che i media pubblici potessero venirne a conoscenza, su un veicolo alieno colliso contro il satellite. All’interno vi fu rinvenuto un robot, appartenente agli Autobots privo di vita. Quarant’anni dopo l’automa viene “risvegliato”, in occasione dell’ennesimo scontro tra  i suoi compagni e i Decepticons i quali, capitanati da Megatron (che vede però in Shockwave, tiranno di Cybertron un temibile rivale e nemico),  intendono assoggettare la Terra (e gli umani) per ricostruire il proprio pianeta.  Per la terza volta interviene Sam Witwicky al fianco di Optimus Prime e dei suoi fedeli.

Episodio numero tre e in tre dimensioni. Non è il “trequel”, è il risultato della triplicazione (che probabilmente proseguirà con una quadruplicazione e quintuplicazione sconfinando in valori magari inestimabili) del primo film. I quindici minuti iniziali mostrano  il meglio che la serie abbia proposto finora (ma l’innovazione è anni luce lontana, e non si intende solo in senso figurato): si riscrive la Storia, si contempla la Luna, eclissata dal “cono d’ombra” del sedere di  Rosie Huntington-Whiteley, che segna la fine del prologo e delle buone idee: ha la doppia funzione di titolo di testa (non badate a quello più tradizionale che esibisce il logo della saga) e di biglietto da visita del regista.

Qualcuno ci troverà già parte dello spettacolo, sta di fatto che inizia come uno spot di biancheria intima (e non è un caso che la biondina sia una delle modelle del noto brand statunitense Victoria’s Secret di cui Bay si è prestato a dirigere alcune pubblicità): lo sfoggio del corpo femminile, dell’erotismo disinibito, della fisicità più provocante non è, ancora una volta, meno compiaciuto dell’avidità di effetti e di artificio, dell’irruenza della suggestione digitale, accresciuta qui dallo stereo 3D (notevole). Due forme di pornografia, ossimoricamente  pop e d’autore (forse tra i più rozzi di sempre) insieme, vendute in un unico prodotto, con la convenienza (non di budget, quanto di incassi) del blockbuster. E’ facile intuire che siamo alle solite. L’ibridazione di (sotto)generi e timbri è come sempre assai varia e convulsa (commedia, teen-movie, sci-fi, disaster movie, action etc.), il citazionismo non sempre sottile o vagamente allusivo (tra gli altri a “La guerra dei Mondi” ), i tempi del metraggio (due ore e mezza continuano a essere troppe e il peso degli occhialini non giova) mai proporzionati.  E L’affezione spasmodica e infantile, con la conseguente tutela, nei confronti dei personaggi (con cui s’intendono persone e robot) trattengono da qualsiasi azzardo a favore della ripetizione di situazioni. Mentre la minaccia terroristica , il desiderio di eroismo e il patriottismo a stelle e strisce rimangono bene in vista, come sintomo di un’angoscia socio-politica ancora non assimilata e irrisolta ( irrisolvibile forse) aggiornata ai tempi della grande piaga della Disoccupazione.

Apprezziamo in ogni caso quelle poche e piccole intuizioni di mestiere, anche se illusorie, che Bay timidamente espone e le felici performance delle new entry John Malkovich, Frances McDormand, e Patrick Dempsey, un valido antagonista. Ma , consapevoli che gli accoliti non demorderanno e giustificheranno, non esitiamo a dire che il terzo capitolo non si dimostra più indispensabile del secondo.