TRON: Legacy: Recensione di Paolo Bassani

Sono passati quasi 30 anni nel mondo reale da quando Kevin Flynn (nel primo Tron, 1982), famoso autore di videogames di successo, riuscì ad entrare nell'universo virtuale dei chip e dei byte, dei virus e dei programmi dalla forma umana. Oggi Kevin è scomparso, lasciando la ENCOM, la società di informatica di cui nel frattempo aveva preso le redini, in mani avide e senza scrupoli (attenzione al cameo di Cillian Murphy nel prologo), mentre il ragazzo che avrebbe dovuto essere il suo successore, il figlio 27enne Sam (Garrett Hedlund) ancora non vuole saperne di prendersi responsabilità talmente grandi, pur perseguendo una propria linea "strategica" ben precisa. Un messaggio dalla vecchia sala giochi in cui Kevin Flynn creava i suoi avanguardastici prodotti digitali sarà l'inizio, per Sam, di un viaggio pericoloso in un mondo alternativo a lui sconosciuto.

Atteso da alcuni, temuto da molti, snobbato da tanti. Se Tron, all'epoca della sua uscita, fu un modestissimo successo che negli anni ha saputo costruirsi una schiera sempre più folta di adepti e ammiratori, pronti a tirarlo in ballo come apripista ogni qualvolta qualcuno citasse universi futuristici come quello di Matrix, il suo sequel era previso come una sorta di suo aggiornamento, esattamente come avviene per i software moderni. In effetti per l'epoca Tron fu uno shock, un grande esercizio visivo più che un film con una solida struttura narrativa. Il sequel doveva traslare quel mondo all'epoca dell'ingegneria digitale, e approfondire possibilmente i concetti mistici e filosofici, associati al mondo digitale, che erano la vera essenza rivoluzionaria, eversiva del film originale di Steven Lisberger. Ci riesce a metà, dimostrando pressoché gli stessi pregi e gli stessi difetti del suo progenitore: una carica visiva senza precedenti, ma una pochezza di fondo - intrisa a noia e disinteresse - a farle da contorno.

L'esordiente Joseph Kosinski alterna momenti decisamente riusciti (la sfida dei dischi nell'arena) a scelte stupidamente discutibili (un momento imbarazzante ed inutile, su una gru ad inizio film), ma soprattutto non la può passare liscia per avere il demerito di essere riuscito a far recitare male Jeff Bridges e per aver scelto come giovani protagonisti l'imbolsito Garrett Hedlund e la bella ma decisamente fuori posto Olivia Wilde. Impreziosito dalle ottime, ma troppo ripetute durante il film, musiche dei Daft Punk, Tron Legacy non riesce a trasmettere il contrasto tra umano e digitale perchè anche i suoi personaggi in carne ed ossa, i "creativi", risultano algidi e glaciali come i loro antagonisti, e un paio di ottime scene d'azione non riescono a destare troppo dalla sonnolenza provocata da un plot terra terra e da una totale piattezza generale. Infine, è vero che in trent'anni la tecnologia della computer graphic ha fatto passi da giganti, ma da qui a riuscire a rendere credibile un Jeff Bridges ringiovanito digitalmente ne devono passare ancora di pixel sotto i ponti...