Twilight Saga: Breaking Dawn - Parte I: Recensione di Riccardo Balzano

Convogliati a nozze, Edward e Bella si trasferiscono in Brasile dove, inaspettatamente, dopo la prima notte d’amore, la sposa rimane incinta: il feto però cresce troppo in fretta mettendo a rischio la salute della madre. Tornati repentinamente a casa, i Cullen e il licantropo Jacob tentano di persuadere Bella a rinunciare al figlio. Intanto il branco di lupi mannari, temendo che la creatura possa compromettere il fragile e precario equilibrio con gli umani, progettano di ucciderla.

Quarto film e prima parte (la seconda tra un anno) dell’epilogo della saga. Inutile stare a discutere sulla necessità, artistica prima che commerciale, della scissione in due tempi dell’ultimo capitolo, sicuramente più indicato è rassicurare i fan della coerenza qualitativa del film con gli episodi precedenti: quarto regista chiamato a prendere le redini, con una dozzina di film alle spalle di cui solo un paio interessanti, Bill Condon non si lascia intimorire e porta a termine il lavoro con decoro, per quanto il materiale narrativo glielo consenta. E’ un capitolo di transizione, anche se non sembra, il più incostante e il meno attendibile: è commedia romantica prima, dramma clinico poi, horror nel semi-finale, patinato e cupo, esotico e boschivo, meno suggestivo dei precedenti e ancora più improbabile (e con più interrogativi irrisolti, primo su tutti e che è alla base di tutto, com’è possibile che un vampiro riesca a riprodursi?).

Persi i contrasti atmosferici dei notturni e l’evocazione dialogica e figurativa del romanticismo, rimane un fantasy di sentimenti che ha poco più di una soap-opera: più kitsch e non meno ingenuo nell’incastro, nella soluzione narrativa, nella messa in scena, scritto (alla sceneggiatura la solita Melissa Rosenberg) e recitato poco meglio, forse più ironico. Nulla rimane dell’incandescenza ormonale, materia d’interesse e spesso d’ilarità involontaria negli episodi precedenti: la pulsione sessuale, la repressione degli istinti, l’eroticità condizionata (Edward è il primo vampiro mormone della storia) trovano appagamento in un’unica breve sequenza dove il pathos massimo prevede lo sfondamento di un baldacchino per ritrovare i propri segni (senza metafora, in forma di lividi) sul corpo di Bella la mattina dopo. Un Brasile da cartolina (una coloratissima Rio, un’edenica e immaginaria Isola di Esme) fa da sfondo ideale alle smancerie tra i due sposi che si sbaciucchiano e amoreggiano al chiaro di luna, tra le cascate, in riva al mare: è un epilogo sessuale lezioso degno di un libro Harmony. Non più concisa ma più interessante è la seconda parte: con una dilatazione temporale (due ore sono troppe)che scardina le proprietà sinottiche e interpretative del cinema per avvicinarsi ai tempi e ai modi letterari, il dramma di Bella è trasposto con enfasi adeguata e giusta impressione visiva (lo svilimento del corpo della Stewart è ben reso con l’intervento in digitale), mentre più debole risulta l’azione combattiva tra vampiri e licantropi accatastata nell’ultima mezz’ora, che testimonia la poca duttilità di Condon nell’action.

Ancora una volta notevole è il contributo alla fotografia, stavolta del messicano Guillermo Navarro e alla musiche di Carter Burwell (già impegnato nel primo film ma più noto per le sue collaborazioni con i Coen) e interessanti i brani della soundtrack. Qua e là non mancano buone intuizioni (l’incubo di Bella prima del matrimonio, il travaglio e il parto in salsa horror), né l’alba irrompe con meno fascino irradiando della propria luce corpi assopiti in attesa del risveglio. Eterno.

P.S. Non abbiate fretta di uscire dalla sala durante i titoli di coda.