Vallanzasca - Gli Angeli del Male: Recensione di Paolo Bassani

Renato Vallanzasca, spietato criminale milanese degli anni Settanta, rivive sullo schermo per mano di Michele Placido, che torna sui temi di quello che forse è il suo capolavoro (Romanzo criminale) per raccontarci una vita ambigua, contorta e al limite, portatrice di morte e violenza e ancora fresca nei ricordi di molti italiani. A differenza però dell’idea di fondo del film in cui raccontava i fatti della Banda della Magliana (ovvero usare loro come viatico per un discorso ben più ampio sull’Italia di ieri), in Vallanzasca Placido preferisce concentrarsi sul suo protagonista, a cui Kim Rossi Stuart (che recita con fortissimo accento milanese pur essendo lui romano) dona la sua consueta, mostruosa bravura ed immedesimazione.

Dall’inizio degli anni ’70, con le sue prime rapine a dei portavalori e con la “dichiarazione di guerra” al clan di Francis Turatello (Francesco Scianna, Baaria), suo concorrente nei traffici illeciti milanesi dell’epoca, inizia una carriera criminale che lo porterà più volte in carcere (e più volte ad evadere) fino alla sua cattura definitiva, nel 1987 (quando finisce il film), alla quale seguirà soltanto un nuovo tentativo di fuga – fallito – nel 1995. Intorno a Renato si muove un clan di gente dedita ai vizi, alle donne, al gioco: insieme mettono a segno più di settanta rapine, quattro sequestri di persona (esilarante la rappresentazione di uno di questi inserito nel film) e diversi omicidi.

Ecco, ho appena usato l’espressione “esilarante”. Perchè in Vallanzasca, non dico spesso. ma ogni tanto si ride. E il fulcro della questione sta proprio qui: è giusto divertirsi assistendo alla vita e alle opere di un uomo che ancora oggi, al solo pensiero, fa incazzare parecchie persone che hanno perso amici o parenti per mano sua? Io sto dalla parte di Placido: questo è cinema, e la storia di un ragazzo bello, affascinante, nato da genitori benestanti che decide però di darsi alla malavita merita di essere raccontata senza pietosismi, senza gratuiti attacchi alla sua persona, ma così come realmente è stata vissuta dai suoi protagonisti. Anche se il rischio, e qui succede eccome, è che il pubblico si trovi a fare il tifo per il cattivo e a sperare che la faccia franca. A differenza di Romanzo criminale e de Il grande sogno, qui Placido e i suoi sceneggiatori (tra cui lo stesso Kim Rossi Stuart) decidono di concentrarsi più sul protagonista che sull’ambiente che lo circonda. Quindi poco spazio hanno i suoi collaboratori (tra cui un Filippo Timi, a mio giudizio, fastidiosamente sopra le righe), mentre il suo antagonista, Turatello, riesce ad avere visibilità solamente nella parte finale, quando i due da nemici giurati diventano come fratelli (d’affari) in carcere.

Chi da Venezia, dove il film è stato presentato fuori concorso durante l'ultimo Festival del cinema, ha parlato male di Vallanzasca, spesso come scusa adduceva il fatto che “sì ma Romanzo criminale era un’altra cosa”… Certo, lo era. Ma aveva altri scopi. Con Vallanzasca, Placido non ha voluto dipingere alcun ritratto del nostro Paese, ma solo quello di un uomo. Cinema di genere, che in Francia avrebbe un nome ben preciso (polar) e che non vuole essere altro. Un prodotto curato nel reparto tecnico (fotografia, costumi, scenografie: tutto è ottimo), frenato forse dalla non esagerata fantasia e dal budget (solo 6-8 milioni di euro), che gli nega un respiro che sarebbe potuto essere ben più internazionale. C’è ritmo, il film corre veloce (un po’ troppo in alcuni punti, ma d’altronde si dovevano raccontare più di dieci anni di avvenimenti…) e la colonna sonora (interamente dei Negramaro) è ottima. Con Placido spesso si è costretti a premiare più “l’idea” del suo cinema, anziché il suo cinema stesso. Qui le cose funzionano abbastanza bene in entrambi i casi.