Wall Street: il Denaro non Dorme mai: Recensione di Riccardo Balzano

Uscito di carcere dopo otto anni, Gekko è pronto a tornare a occuparsi di ciò che più gli interessa: i soldi. Non senza prima aver pubblicato un libro che raccoglie sue memorie e considerazioni sulla finanza. Non è casuale l’incontro col giovane e intraprendente Jake Moore, agente di  Borsa, che sta per sposare sua figlia Winnie di cui non ha più notizie dalla morte della moglie e del figlio primogenito. Si servirà quindi del ragazzo per riallacciare i rapporti con lei e soprattutto per rilanciare definitivamente la propria attività. 

Thriller di finanza, meno pungente del primo. Si affida formalmente all’iperbole dei kolossal per scampare alla mera indagine sulle attività (soprattutto illecite) di mercato. Non a torto, perché ha ritmo:  nulla da ridire sulla grande suggestione di tante piccole intuizioni visive, sugli accenni onirici di alcune sequenze, sull’impiego di convulsi movimenti di macchina, sulla corretta fotografia ( Rodrigo Prieto). E sull’efficacia del racconto fino a prima di mezz’ora dalla fine quando inizia a esplicarsi l’asettico disegno (e calco) dei personaggi.

Come ribadito nel film, questi sono uomini prima che agenti di borsa o figli furiosi, fragili microcosmi inglobati (anche loro malgrado) nel macrocosmo incauto,precario e vizioso del Mercato. Sta di fatto che, appena violati nell’intimità, i rapporti interpersonali rischiano di accondiscendere a quelli cinici tra Banche e quando ravvivati del loro vigore emotivo appaiono tutt’altro che autentici e deviati da esigenze di script (il sub plot sentimentale tra Jake e Winnie, il dramma familiare e quello di borsa debbono necessariamente coesistere). Con tanto di scivolone finale: i capitalisti non sanno truffare i sentimenti. Se così fosse Gekko perderebbe di fascino. E infatti ne perde. Come il film, che rischia di apparire vacuo, quanto il gioco di sguardi nell’ultima, patetica sequenza di sfacciato sentimentalismo. Stone conosce bene gli intrighi d’affari (non dimentichiamo che il papà era un agente di borsa ) e conosce indubbiamente molto bene anche la fiction (in cui gli va riconosciuta una certa abilità): la sensazione che la denuncia sia offuscata da un compiaciuto artificio cinematografico autoreferenziale (che esibisce, come sempre nell’opera filmica del regista, indiscretamente e orgogliosamente le stelle e strisce USA) popolato da fantasmi esangui e stanchi che si appiattiscono senza spessore in un mondo già immortalato più di vent’anni fa (1987) sovraccarico di speculazione, mafia, vizio e dove i soldi girano per mano dei vecchi, non di certo dei giovani, è tutt'altro che tenue.

E’ lecito allora mettere in dubbio l’utilità del prodotto: era necessario l’ambiguo happy ending della giovane coppia di LaBeouf e Mulligan (bravi) per dimostrare e ribadire quanto stantio e perverso sia il traffico di soldi?. Il vero gioco sporco l’ha fatto Oliver Stone alla disperata ricerca di un’ opinabile redenzione (ma può davvero definirsi tale?) del suo “cattivo” nell’apocalittico scenario del Mercato (nel film meglio definito “l’Impero del Male”), rischiando di abbracciare un’intollerabile incoerenza che corrode irrimediabilmente la narrazione prima e il Gekko di Micheal Douglas poi, confinandolo (stavolta solo metaforicamente) dietro le sbarre di uno sciatto perbenismo e rendendolo uno dei “villain” più moralmente prevedibili di sempre.