Warm Bodies: Recensione di Riccardo Balzano

In una New York apocalittica un virus  ignoto ha decimato gran parte della popolazione che è tornata a vivere sotto forma di zombie. Tra questi R., giovane piacente (nonostante il colorito e qualche cicatrice) che non ricorda nulla del passato (neanche il nome) ma di eccezionale spessore morale, si domanda se sia possibile una vita diversa da quella deprimente e monotona che, involontariamente, gli spetta. Intanto nella parte della città fortificata abitata da pochi "incolumi", il despota Grigio invia un piccolo contingente di ragazzi addestrati alle armi, tra cui la figlia Juliet, al di là del Muro a cercare medicinale e antidoti per salvaguardare la popolazione illesa. Durante la missione però il gruppo è attaccato da cadaveri affamati. È allora  che R. s'invaghisce di Julie (subito dopo aver divorato il cervello del suo ragazzo) e le salva la vita portandola con sé nel proprio rifugio. I due inizieranno a conoscersi e ad amarsi, fin quando non sopraggiungeranno, prevedibili o meno, altri problemi.

Tratto dal bestseller di Isaac Marion, passato al successo e alla carta stampata dopo aver pubblicato un racconto breve di sole sette pagine su internet, molto apprezzato dagli utenti che hanno spinto l'autore a trarne un romanzo (d'esordio), è un film dell'orrore per giovani diluito con sentimentalismo frivolo e con retorica da "prima" pedagogia, diretto da un regista discreto (Jonathan Levine, "Fa' la cosa sbagliata", "50/50") che l'ha anche sceneggiato (male).

Le affinità con la saga della Meyer sono lampanti (per dinamiche e personaggi), ma tenta di sviarle nelle intenzioni e nelle intuizioni: ogni tanto punta sull'ironia (che quasi mai è sinonimo di simpatia, anzi), ritorna poi sulle coordinate di genere senza mai sorprendere; tenta allora col cinismo per risolversi infine nel melenso e nel patinato da spot pubblicitario, inanellando almeno tre finali (migliori dell’epilogo effettivo)  nell'ultima mezz'ora. Ma dura meno di uno qualsiasi degli episodi di Twilight, che è già un punto a suo favore.  Levine non re-interpreta un (sotto-)genere, lo ripropone con modeste capacità di invenzione, cercando anche un riscontro diretto con l'alta letteratura (nello specifico Shakespeare, con la patetica scena in balcone in cui R. invoca Juliet dal basso) e la Storia (la caduta del Muro), nonché con l'evangelismo (l'amore/caritas ci salverà tutti). Non fa nemmeno troppo affidamento sugli interpreti: mentre il bel Hoult strabuzza gli occhi, ringhia  e biascica, la Palmer è alla ricerca di un'espressione e di un’espressività che la facciano discostare dalla mediocre collega (e analoga) Stewart/Bella, riuscendoci. Nessuno dei due è però in grado di rendere una dimensione individuale, intimistica e riservata (cosa che bene o male riusciva ai protagonisti ‘meyerani’, nonostante l’esasperazione dei toni di matrice ultra-romantica), da dimostrare anziché mostrare con un espediente tanto facile come il flashback (che si limita oltretutto a “raccontare” trascurabili episodi del passato), spostando la prospettiva sulla fisicità dei personaggi: corpi semifreddi, indipendentemente dalla vita e dalla morte, a cui manca una vera fonte motrice – e non stiamo parlando del cuore - che incentivi all’azione e alla reazione. Il “calore” sta da tutt’altra parte. Trascuriamo poi il dimenticabile cammeo di Malkovich.

Possiamo meglio apprezzare invece la resa estetica della confezione, che (ri)trova  alla fotografia un capace (e sempre più pop) Javier Aguirresarobe, dopo “New Moon” ed “Eclipse”, a riformulare cromaticamente luci e atmosfere, prediligendo il cupo, mentre in sottofondo la soundtrack impazza (alla supervisione la stessa Alexandra Patsavas dell’intera saga di Twilight) alternando una ventina di brani, da Bon Iver a Bruce Springsteen, da Bob Dylan ai Guns ‘n Roses.