Warrior: Recensione di Paolo Bassani
La famiglia Conlon è a pezzi. L’ex marine Tommy (Tom Hardy) torna a Pittsburgh dal padre ex alcolista (Nick Nolte) sobrio però da più di tre anni. La madre di Tommy è morta di malattia qualche anno addietro, e suo fratello Brendan (Joel Edgerton), dopo aver troncato i rapporti con tutti i suoi familiari, vive  una tranquilla vita da insegnante di fisica con la moglie (Jennifer Morrison) e le sue due bambine. Il destino vuole che sia Tommy che Brendan abbiano bisogno di soldi, per motivi differenti, e che entrambi fossero in passato degli agili combattenti sul ring, così come il padre Paddy, che li allenava. All’oscuro l’uno degli intenti dell’altro decidono così di riprendere gli allenamenti e di presentarsi al più importante torneo di Mix Martial Arts del mondo, lo “Sparta”, dove il premio in palio è di 5 milioni di dollari e dove inevitabilmente finiranno, dopo anni, per reincontrarsi.

In Miracle, il regista Gavin O’Connor raccontava la storia dell’allenatore di una problematica squadra di hockey su ghiaccio. In Pride & Glory, qualche anno dopo, metteva in scena una famiglia spaccata in due dalla giustizia, all’interno della quale si nascondevano sia i buoni che i cattivi. In Warrior, una storia originale creata da lui e Cliff Dorfman (Entourage) è come se volesse unire le due tematiche, sforzandosi di eliminare da entrambe le componenti superflue puntando ad emozionare con un tema pericoloso – perché abusato – come quello del ring. E ci riesce, creando un cinema di corpi e passione, guardando a modelli quali Rocky (evidentemente un punto di riferimento) con rispetto e umiltà, potendo contare su un team di attori che definire solo tali è francamente riduttivo. Le performance di Joel Edgerton (Animal Kingdom) e Tom Hardy (Inception, Il cavaliere oscuro – Il ritorno) travalicano il senso stretto della recitazione per diventare pelle tumefatta, volti incassatori di violenti cazzotti, corpi da martoriare. Tom Hardy è un esplosione di silenzi: apparentemente impassibile ma ferocemente comunicativo, è un personaggio che non si dimentica facilmente. E Nick Nolte, perfetto come non mai, riesce ad essere tenero, protettivo, impacciato ma forte e risoluto senza mai strafare.

La sceneggiatura, pur dovendo avvallare alcuni cliché e tematiche ricorrenti nel cinema sportivo e di riconciliazione familiare, riesce miracolosamente a farci accettare piccole imperfezioni avvicinando con attenzione e maestria le due storie parallele fino a farle congiungere (un po’ troppo sbrigativamente forse) rendendo i due protagonisti sia avversari che intimi complici, in un finale che senza utilizzare la parola si fa soltanto silenzio e commozione. Una commozione che dalla metà del film in poi non ti abbandona mai, e che riesce a far vivere con trasporto ogni singolo match sul ring. Combattimenti girati da O’Connor con un’efficacia mostruosa, utilizzando camere a mano poste al di fuori della “gabbia” così che lo spettatore possa godere appieno dei movimenti e della lotta frutto di coreografie eccezionali, salvo poi stringere in piano piano sui volti doloranti e sui nervi tesi dei combattenti nei momenti in cui spetta alla loro forza e alla loro determinazione la scelta che potrebbe cambiar loro vita. Fino al doloroso trionfo finale. Ma in Warrior, tutto è un trionfo.