X-Men Le Origini: Wolverine: Recensione di Paolo Bassani

John Logan è un mutante a tutti gli effetti, con quei suoi strani artigli, e lo è anche il fratello Victor. Insieme hanno vissuto un’infanzia travagliata e si sono arruolati nell’esercito, combattendo in battaglie cruciali come lo sbarco in Normandia. Un giorno vengono contattati dall’esercito, che vuole addestrare persone dalle abilità straordinarie come loro per utilizzarli come armi invincibili, ma il cambiamento di alcune carte in tavola costringe John ad isolarsi nel Canada più sperduto conducendo un’esistenza da taglialegna e vivendo con la donna che ama. Fino a quando il suo istinto animalesco non verrà violentemente riattivato…

Quando alla regia di un potenziale blockbuster tutto azione ed effetti speciali viene piazzato un novellino miracolato, il timore è sempre grande. Ci sono caduti I fantastici quattro, c’è caduto Daredevil, ecc. Gavin Hood è sudafricano (ma ha studiato cinema all’Università della California), ha vinto un Oscar per il miglior film straniero (Il mio nome è Tsotsi) e ad Hollywood ha diretto Rendition - Detenzione illegale. Quando Hugh Jackman l’ha cercato per Wolverine è stato il primo ad esserne sorpreso, ma voglio mettervi subito l’anima in pace: non è assolutamente lui la pecca maggiore del film. La regia di Hood è rozza, non ha stile, classica se vogliamo ma adatta al personaggio che racconta. Le scene d’azione sono oneste ed avvincenti al punto giusto. Se c’è qualcosa che non va in questa prima storia sulle origini degli X-Men è la sceneggiatura di David Benioff (La 25a ora, Troy) e Skip Woods (Codice: Swordfish, Hitman), che per cercare di far entrare nella storyline il maggior numero di mutanti, avvenimenti e colpi di scena possibili si lascia andare a raccordi ridicoli, espedienti forzati, risvolti quasi comici (l’unico modo di uccidere Wolverine sono i proiettili di adamantio, ma i ricercatori se ne “ricordano” solo ad un certo punto…) e situazioni che si mantengono estremamente in bilico sul filo del ridicolo, anche se senza mai caderci. Il film prosegue a spizzichi e bocconi, ad episodi, per non dire a siparietti nel caso dell’incontro di boxe con il ciccione Blob, mentre in altri momenti è più efficace, come nell’incontro e successivo scontro con Gambit. Tra alti e bassi si giunge ad una conclusione ricca di (troppi) colpi di scena.

Sul fronte personaggi, funziona bene Hugh Jackman nei panni che l’hanno reso famoso, pur cambiando umore un po’ troppo velocemente in vari punti della pellicola, e anche Liev Schreiber in quelli del fratello/nemico Victor Creed non sfigura, anche se il suo ruolo meritava una scrittura decisamente migliore. Ryan Reynolds nel ruolo di Wade Wilson/Deadpool (una star che si presta ad un ruolo secondario puzza molto di spin-off già contrattualizzato) è il comprimario più interessante assieme al suddetto Gambit di Taylor Kitsch, mentre Danny Huston dona al colonnello William Stryker (già interpretato da Brian Cox in X-Men 2) la giusta ambiguità e il dovuto distacco.